«Stop alle violenze e agli abusi sulle donne: diamo peso alle parole»

«Cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, perché se è il linguaggio corretto a segnare la dignità delle persone, questo non può venire meno quando una donna resta vittima di violenza». Cgil, Cisl, Uil del Friuli Venezia Giulia sono partite da qui, per una riflessione a più voci sul “peso delle parole” spesso sottovalutato e di cui le donne restano molte volte vittime. Dieci le parole da “bollino rosso” che, ieri, sono state elencate in un’affollatissima sala d’onore del Comune di Palmanova. A cominciare da “raptus” e “follia”, usate quasi a giustificazione del gesto violento.

In Italia, solo nel 2018, sono state uccise 69 donne e altre 7 milioni sono state picchiate, maltrattate o violentate. «Dobbiamo richiamare con forza all’uso delle parole giuste – ha affermato la segretaria della Uil, Magda Gruarin, aprendo l’incontro –, affinché l’opinione pubblica percepisca il fenomeno della violenza di genere per come è davvero: riguarda tutti ed è trasversale a tutte le culture, le classi sociali, le etnie e le religioni». Occorre, cioè, ha rimarcato la psicologa Irma Fratini, «dare cittadinanza alle parole, utilizzandole in modo appropriato, non confondendo per superficialità o pregiudizio i significati, soprattutto quando si ha a che fare con donne che la letteratura medica definisce sopravvissute, le vittime che hanno resistito alla violenza e sono riuscite a uscire dalle gabbie patriarcali, con ferite profondissime».

E mentre l’avvocata e presidente di ZerosuTre, Rosi Toffano, ha commentato alcune recenti sentenze molto discusse, è stata il sostituto procuratore Maria Caterina Pace a raccontare la “carica emotiva” che accompagna i procedimenti per maltrattamento e violenza, la difficoltà di trovarsi, per le esigenze investigative, faccia a faccia con donne che per la prima volta scelgono di raccontare la propria storia, di esplorare “il territorio dell’indicibile”. Dalla voce del pm prendono forma donne abusate, ma anche bambini a cui l’infanzia è stata sottratta. Storie destinate a rimbalzare nelle cronache, attratte dai particolari più morbosi. Ma a porre il distinguo tra buona e cattiva stampa ha pensato la giornalista Luana de Francisco. «Nella giungla del web, le parole devono rimanere un veicolo di verità e se il giornalista è tenuto alla massima correttezza anche al lettore va chiesta consapevolezza rispetto alle fonti e a ciò che legge».

Quanto alle violenze, attenzione a ciò che accade nei luoghi di lavoro, «teatro di molestie, discriminazioni, a volte anche violenze che nella stragrande maggioranza dei casi sono tollerati, sopportati e taciuti», ha ricordato Rossana Giacaz, della segreteria regionale Cgil. A supporto delle sue parole i dati Istat, secondo cui una lavoratrice su dieci, in Italia, subisce ricatti o molestie sessuali. Episodi che soltanto una vittima su 5 trova la forza di raccontare e che quasi mai sfociano in denunce penali.

«Solo attraverso il lavoro le donne sono davvero libere di scegliere e di sottrarsi ai rapporti malati – ha detto in chiusura Liliana Ocmin, coordinatrice nazionale delle donne Cisl –. Va ancora fatto molto anche in termini culturali, ad esempio sdoganando il pregiudizio per cui una donna non può decidere di svolgere professioni ritenute prettamente maschili». Quanto ai prossimi passi, Ocmin spinge sul tavolo aperto con il Consiglio Superiore della Magistratura, dove «chiediamo un’adeguata formazione dei giudici, rispetto alle tematiche della violenza di genere e il riconoscimento di una responsabilità civile in caso di cattiva condotta». –

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