Riciclaggio, nuovi guai per il commercialista Barei

Il pm Panzeri ha aperto un fascicolo per far luce su un imponente giro di soldi. Ieri perquisiti dalla Guardia di finanza abitazione e studio del professionista

UDINE. C'è un nuovo procedimento giudiziario a carico del commercialista udinese Stefano Barei, 44 anni, residente a Pavia di Udine. Il sostituto procuratore Marco Panzeri ha aperto un fascicolo nel quale si ipotizza il reato di riciclaggio. Questo nuovo troncone d'inchiesta – che prende le mosse da un'annotazione della Guardia di finanza di Palmanova – è ancora in fase iniziale, per cui il riserbo degli inquirenti è massimo. Da quanto si è potuto apprendere, comunque, ci sono in ballo cifre da capogiro, almeno stando alle prime ricostruzioni.

Nell'ambito di tale attività della Procura di Udine ieri mattina, poco prima delle 8, è scattata una duplice perquisizione nell'abitazione e nello studio del professionista. Gli uomini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, coordinati dal comandante Salvatore Salvo, hanno suonato il campanello della casa di Pavia di Udine di Barei e, contemporaneamente, si sono presentati anche in viale Duodo, negli uffici al civico 44.

Il lavoro dei finanzieri è durato circa 3 ore. Secondo quanto riferisce il legale di Barei, Paolo Viezzi, gli investigatori nell'abitazione non hanno trovato nulla di loro interesse. Infatti, dopo aver esaminato i contenuti di un computer, non lo hanno sequestrato. Dall'ufficio, invece, hanno portato via pochi documenti relativi alla contabilità di qualche anno fa di alcune aziende. Hanno anche voluto accedere ai computer, ma non hanno acquisito file.

«Non molto tempo fa - ha osservato l’avvocato Viezzi - il magistrato titolare dell’inchiesta, in sede di Riesame, aveva detto che le contestazioni fatte al mio assistito erano solo “la punta dell’iceberg”. A tutt’oggi, però, non comprendo ancora quale sia l’iceberg. Insomma - prosegue il legale - , la sensazione è che l’impianto accusatorio non sia poi così solido se dopo due anni di indagini siamo ancora nella fase dell’acquisizione di documenti. Probabilmente, se chi di dovere avesse valutato con maggiore oggettività le spiegazioni che Barei ha fornito in merito al suo comportamento, adesso l’innocenza che reclama sarebbe già stata riconosciuta».

Poi l’avvocato Viezzi aggiunge: «Non capisco proprio cosa ci sia di nuovo se, come mi sembra di aver capito, quest’ultima attività è una costola di quella principale che ruota attorno alla Finsea (la società di elaborazione dati e servizi alle imprese con sede in viale Duodo nello studio del professionista, ndr). Da marzo a oggi sono state eseguite ben cinque perquisizioni. Non mi sembra una prassi ordinaria. Quante altre ce ne saranno? Cosa dobbiamo aspettarci?».

Finsea, società di Arezzo, è stata al centro di un processo per un giro di fatture false al termine del quale il commercialista (considerato amministratore di fatto) nel giugno del 2011 è stato condannato a 2 anni (pena sospesa) con il rito abbreviato. All’origine del procedimento il contratto per l’acquisizione di un porto per lo svolgimento di attività nautiche. Un’operazione da 23 milioni e mezzo di euro che la Finsea, nel novembre del 2006, acquisì dalla O&K Technology srl, ma che poi si arenò, con conseguente emissione di una nota di accredito per 9,4 milioni di euro. Bilanci alla mano, per l’Agenzia delle Entrate, ne conseguì un indebito credito Iva pari a oltre 2 milioni 800 mila euro. Da qui, l’avvio dell’inchiesta che coinvolse anche i l’imprenditore Domenico Tomeucci, 69 anni, milanese residente a Santo Domingo.

Nel maggio scorso Tomeucci, Barei e la professionista contabile Romanin sono stati arrestati sempre per reati fiscali collegati all’attività di Finsea. Dal controllo dei documenti contabili ed extracontabili sequestrati dalla Finanza era emerso un sistema di frode articolato su più livelli: i tre controllavano 4società (tre operanti nel settore immobiliare e una in quello delle consulenze aziendali) che per abbattere il proprio reddito emettevano tra di loro fatture per operazioni inesistenti. Le società coinvolte però sarebbero una ventina, molte delle quali create apposta o utilizzate solo come un'altra tessera del mosaico criminoso. Le fatture false consentivano da un lato di recuperare l'Iva e dall'altro di abbattere l'imponibile ed evadere così le tasse.

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