Riccardi: senza vaccini non si batte il Covid, lavoriamo su brevetti e sull’autoproduzione

UDINE. Ascoltare Riccardo Riccardi – uno che può essere tacciato di tante cose tranne che di amichevoli tendenze per gli espropri proletari – parlare della necessità, peraltro per la seconda volta nel giro di un anno, che «il mercato non si sovrapponga alla salute pubblica» e del bisogno di «pensare all’autoproduzione di vaccini» esattamente come avvenuto «per i dispositivi di protezione individuale» fa capire la delicatezza del momento.
Sì perché se già i tagli delle consegne hanno rallentato la campagna vaccinale, il consiglio di utilizzare le fiale di AstraZeneca soltanto per gli under 55 complica il passaggio verso la fase due, quella che dovrebbe mettere in sicurezza la popolazione più anziana del territorio non residente nelle case di riposo.
PER APPROFONDIRE
Vicepresidente, che novità sono emerse dall’incontro con il Governo?
«Al momento l’obiettivo resta sempre quello, dopo sanitari e case di riposo, di vaccinare gli over 80 perché, come ha giustamente ricordato il ministro della Salute Roberto Speranza, in Italia il 60% dei decessi legati al Covid si trova in quella fascia d’età. Una percentuale che sale al 70% in Friuli Venezia Giulia. Ed è per questo che Massimiliano Fedriga e Giovanni Toti hanno chiesto che la futura distribuzione dei vaccini sia legata alla percentuale di anziani in un territorio, non del totale dei residenti».
Le altre Regioni condividono questa impostazione?
«Lazio e Campania hanno un po’ storto il naso, ma la stragrande maggioranza approva la linea Fedriga-Toti. Adesso, come Regioni, ci ritroveremo tra lunedì e martedì per proporre al Governo, che mi pare disponibile, questa linea d’intervento».
Scusi, ma alla fine si è capito quante dosi verranno assegnate alla Regione?
«Stando a quanto comunicato AstraZeneca dovrebbe consegnare all’Italia, nel primo trimestre, 3 milioni 400 dosi al posto delle 4 milioni 200 mila originariamente previste. Complessivamente, pertanto, Tra AstraZeneca, Pfizer e Moderna dovremmo muoverci in un range compreso tra 60 e 80 mila dosi al mese».
E le paiono sufficienti considerato che parliamo, al massimo, di 40 mila immunizzazioni al mese vista la doppia dose?
«Credo che il ragionamento vada fatto in maniera inversa. In Friuli Venezia Giulia abbiamo 108 mila 299 persone sopra gli 80 anni e in questa fascia una popolazione più fragile di 30 mila persone formata da ultra 90enni e da chi vive con l’assistenza domiciliare. Nella fase due dobbiamo partire da loro».
Pensate di farcela?
«Abbiamo a che fare con una campagna che tutti quanti pensavamo fosse rapida e che, invece, così veloce non è. Questo rallentamento, purtroppo, è determinato anche dalla riduzione dei vaccini. In più c’è il fatto che il richiamo dei prodotti di Moderna e AstraZeneca va effettuato oltre le due settimane, a differenza di quello di Pfizer. La realtà è che dopo un anno di pandemia siamo stretti tra la preoccupazione dei medici che difendono le giuste e necessarie misure restrittive e la paura delle persone che vogliono tornare alla normalità. È evidente che l’unica mediazione tra le due posizioni porta alla campagna vaccinale. Nei prossimi mesi ci giochiamo la salute pubblica e per questo abbiamo bisogno di certezze dei flussi e di una maggiore produzione di vaccini».
In più c’è il problema che Aifa ha consigliato il vaccino di AstraZeneca soltanto per gli under 55...
«Sì con il corollario del teorema che porta al fatto che chi avrà dai 56 anni in su vorrà il vaccino Pfizer oppure Moderna e che difficilmente AstraZeneca si potrà utilizzare per gli over 80. Da oggi, insomma, siamo di fronte a una nuova variabile da affrontare su cui, però, decide lo Stato e non le Regioni. Peccato, perché la fase uno sta andando molto bene, mentre la seconda la cominciamo tra tante incertezze».
Può spiegarsi meglio?
«Su un potenziale di 48 mila vaccinabili, tolti coloro che hanno avuto il Covid dal tetto dei 58 mila, abbiamo registrato un’adesione che sfiora le 40 mila unità. La prossima settimana avremo messo in sicurezza le case di riposo, almeno per la prima dose, considerato che, su 5 mila 800 ospiti vaccinabili, venerdì avevano ottenuto la prima inoculazione in 4 mila 500. In più, tra gli operatori socio-sanitari siamo a quota 35 mila prime dosi e 10 mila 900 seconde».
Quando pensate di avviare la fase successiva?
«Dalla seconda settimana di febbraio. Per le fasce d’età più fragili contatteremo le persone direttamente a casa, sia via telefono sia via posta, e contiamo, se ci forniranno i vaccini necessari, di chiudere le operazioni per le fasce più anziane della popolazione regionale tra marzo e aprile. Stiamo completando il piano di vaccinazione che verrà reso noto nei prossimi giorni e coinvolgerà distretti sanitari, ospedali oltre al domicilio delle persone».
Tra le note liete della fase uno c’è stata l’adesione dei medici. Se l’aspettava?
«Onestamente no. È stata una prova estremamente importante soprattutto da punto di vista della sensibilità dell’opinione pubblica. Oggi tra operatori sanitari e sociosanitari siamo attorno al 90% del totale. Se pensiamo che per il vaccino antinfluenzale, nel 2019, non avevamo raggiunto il 20%, bene si capisce la straordinarietà della situazione».
Senta, ma lei che cosa farebbe per aumentare la disponibilità di vaccini?
«Dobbiamo trovare soluzioni affinché vengano realizzate produzioni in Italia. Non siamo di fronte a un problema di tutela del mercato, ma di salute pubblica. È come con le mascherine tra marzo e aprile. Dopo un anno, lo ribadisco, siamo ancora in piena conflittualità tra coloro che vorrebbero un nuovo lockdown e chi vorrebbe riaprire tutto. Ma non è sostenibile né l’una né l’altra soluzione».
Quindi?
«Per me è stato importante vedere la reazione all’annuncio di zona gialla dei cittadini. Ho visto una sorta di ovazione e significa che i cittadini non ce la fanno più a stare chiusi in casa. La vaccinazione è l’unica risposta adeguata a questa esigenza. L’Europa deve trovare una soluzione. Io penso sia in grado di farcela, ma in caso contrario devono pensarci i singoli Stati. Come in primavera sono state riqualificate diverse produzioni per non dipendere dall’estero sui dispositivi di protezione individuale, così possiamo pensare di fare per i vaccini. Lavoriamo sui brevetti, convincendo le case farmaceutiche, e sulla produzione. C’è in gioco la salute di tutti, ma anche la tenuta sociale ed economica del Paese e non abbiamo più tempo da perdere».
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