Perché crediamo a ciò che crediamo? A Pordenonelegge Turi Munthe svela l'«Anatomia delle opinioni»

Geni, bellezza, storia e persino la geologia: il saggio del giornalista britannico che smonta le nostre certezze e difende la democrazia del pluralismo

Cristina Savi

Quanto sono davvero nostre le opinioni che difendiamo ogni giorno, spesso convinti di averle scelte liberamente? È la domanda da cui parte Turi Munthe per mettere sotto esame uno dei meccanismi più delicati della nostra vita individuale e collettiva: il modo in cui formiamo le nostre convinzioni e, soprattutto, quello in cui reagiamo a chi non le condivide. «Le nostre opinioni non sono così nostre come pensiamo», sostiene nel libro “Anatomia delle opinioni. Perché pensiamo quello che pensiamo” (Corbaccio, 336 pagine, 21 euro), il saggio che presenterà in anteprima a pordenonelegge, sabato 19 settembre.

Un libro «che nasce da un fallimento». Munthe è giornalista, analista politico e fondatore di Demotix e Parlia. «Volevo creare un’enciclopedia delle opinioni perché mi sembrava che il mondo si stesse radicalizzando, che destra e sinistra non si parlassero più e che ognuno vivesse dentro il proprio sistema di informazioni». «Non è andata bene. La gente non era interessata a partecipare». La domanda è diventata allora inevitabile: «Se le opinioni non sono razionali, da dove vengono?».

Le nostre idee non dipendono soltanto da famiglia, educazione, media. «Sotto c’è una valanga di cose stranissime». Anche clima, geologia e storia plasmano i nostri valori. «I bretoni sono diversi dagli altri francesi anche perché i Romani non conquistarono la Bretagna duemila anni fa». Molte convinzioni che consideriamo personali hanno dunque radici in fattori che non abbiamo scelto.

Poi c’è la biologia: Munthe cita studi sul rapporto fra caratteristiche del volto e orientamenti politici e ricerche sui gemelli sull’influenza genetica. «Puoi fare una risonanza magnaetica a un ragazzo di 17 anni e vedere già dalla forma del cervello se tende a essere di sinistra o di destra». E perfino la bellezza, secondo Munthe, può avere conseguenze politiche. I volti più belli e simmetrici ricevono fin dall’infanzia un trattamento diverso: «I genitori guardano di più i figli belli, e così i maestri, gli allenatori». Se cresci ricevendo più approvazione, sostiene, puoi sviluppare maggiore fiducia nel mondo e nella possibilità di riuscire. «Se hai vissuto così, pensi che il mondo sia democratico e che tutti possano fare delle cose»: una disposizione più vicina alla meritocrazia e alla destra».

Anche destra e sinistra, dunque, possono essere tendenze maturate nel tempo. Richiamando Norberto Bobbio, Munthe sostiene che la distinzione continui ad avere un significato: «Ci sono davvero atteggiamenti che si possono definire di destra e di sinistra». Le società affrontano da sempre, questioni fondamentali: come trattare gli stranieri, come organizzare i rapporti fra i sessi, come difendere la comunità. «Le domande fondamentali sono le stesse di cinquantamila anni fa», cambiano le risposte.

Però, «siamo sempre capaci di cambiare opinione». La ragione serve soprattutto a confrontarci con ciò che è diverso da noi. «La capacità di poter interagire con idee diverse dalle nostre è il progresso della scienza, è l’idea della democrazia, è ciò che fa andare avanti le nostre società».

Capire quanto ci condiziona dovrebbe renderci meno sicuri di possedere la verità. «Dobbiamo prendere le nostre opinioni sul serio, ma non troppo sul serio». Chi abbiamo davanti non è necessariamente un “io malfatto”: può semplicemente vedere il mondo da un punto di partenza diverso. «Il primo passo verso un dibattito onesto è capire che l’altra persona è diversa da noi e che è sincera».

Da qui la difesa del pluralismo. Sul rapporto fra pluralismo e terreno comune, Munthe richiama il filosofo Isaiah Berlin e distingue pluralismo e relativismo. Il pluralismo non significa che tutto può essere vero”, ma riconoscere valori diversi, anche in conflitto. «Per esempio la giustizia è importante, ma lo è anche la misericordia»: valori entrambi fondamentali, ma non sempre conciliabili.

Il terreno comune non va cercato sempre, «non è sempre quello giusto». Di fronte alla Shoah, alla schiavitù o all’apartheid non esiste un compromesso tra posizioni equivalenti. La democrazia richiede di difendere le proprie convinzioni senza trasformarle in verità assolute. «Dobbiamo combattere per le nostre opinioni, ma con una certa leggerezza e senza fanatismo, perché forse non abbiamo ragione».

La questione è ancora più urgente nell’epoca dei social. Secondo Munthe il loro modello economico premia l’estremizzazione: «Guadagnano soldi facendoci arrabbiare, radicalizzandoci». E il dissenso diventa carburante per la divisione. Eppure Munthe intravede una possibile svolta nella trasformazione tecnologica. Le grandi società che stanno costruendo i sistemi di intelligenza artificiale, osserva, hanno un modello di business diverso da quello dei social: «Fanno soldi dicendo la verità». Munthe ipotizza che ilnuovo sistema “tecnomediatico” possa contribuire a «sradicalizzarci».

La libertà di espressione, infine, necessaria perché «nel confronto con gli altri pensiamo meglio». Il dissenso non va eliminato: va attraversato difendendo ciò in cui crediamo, ma sapendo che potremmo non avere ragione.

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