Per la Fase 2 serviranno 20 milioni di mascherine: al momento non ci sono

PALMANOVA. Come nella gestione dell’emergenza, anche l’avvio della fase due è legato alla disponibilità delle mascherine. In Friuli Venezia Giulia si stima che per riaprire le fabbriche e tutti i luoghi di lavoro serviranno 20 milioni di mascherine al mese.
Un numero impressionante, che può sembrare esagerato invece, facendo bene i conti, il dato non è affatto gonfiato. Basti pensare che mediamente, in regione, si contano circa 500 mila lavoratori, se ognuno di loro utilizza due mascherine al giorno il fabbisogno nelle 24 ore arriva a un milione di pezzi.
Nei 20 giorni lavorativi che caratterizzano una mensilità, il fabbisogno sale a 20 milioni di pezzi. Oltre 2, 5 milioni sono richiesti solo dal personale del servizio sanitario regionale.
Il numero preoccupa perché, se non viene messo nero su bianco che nei luoghi di lavoro si potranno usare i dispositivi non sanitari, il sistema produttivo rischia di restare al palo. In questo momento è impossibile garantire forniture da 20 milioni di mascherine chirurgiche al mese.
L’esperienza maturata nella gestione dell’emergenza insegna: l’Italia ha delocalizzato la produzione e i carichi acquistati in Cina o in India molto spesso vengono bloccati alle frontiere. Nella sede della Protezione civile gli ingegneri Mauro Asaro e Nazzareno Candotti, rispettivamente, direttore del Servizio tecnologie e investimenti della regione e direttore del 112, assieme al direttore della Protezione civile, Amedeo Aristei, hanno chiesto al commissario nazionale Domenico Arcuri di chiarire quale tipologia di mascherina dovrà essere indossata dai lavoratori.
Il Friuli Venezia Giulia ha chiesto al commissario di valutare se, con il filtraggio adeguato, le mascherine realizzate in casa e distribuite alla popolazione potranno essere ammesse anche nelle fabbriche e nei cantieri. Arcuri sembra non averlo escluso soprattutto se la proposta sarà condivisa anche da altre Regioni. A questo punto, è facile prevedere che anche questo tema finirà sul tavolo del Governo.
La questione è complicata: «Se dovesse ripartire tutto assieme, il sistema produttivo richiederà 20-30 milioni di mascherine al mese. La nostra preoccupazione è quella di non riuscire a sostenere una domanda di questo tipo», spiega Asaro, secondo il quale anche se le aziende si sono dette disponibili a fornire le protezioni individuali, la domanda resta sempre la stessa: «Dove troveranno le mascherine visto che sono diventate merce rara in tutto il mondo?».
Su questa domanda stanno ragionando a Palmanova e a Roma. Tutti auspicano, come sottolinea il vicepresidente con delega alla Sanità, Riccardo Riccardi, che venga esteso l’utilizzo della mascherina lavabile anche nei luoghi di lavoro. Non a caso Riccardi suggerisce al commissario di prevedere anche per le aziende la deroga introdotta nell’articolo 16 del decreto legge del 17 marzo, quello che consente di produrre mascherine filtranti in grado di limitare la diffusione del contagio da Covid-19.
In questo caso la Protezione civile del Friuli Venezia Giusta può insegnare parecchio anche perché è riuscita, in soli due giorni, ad acquisire le prime due manifestazioni di interesse e a stipulare i primi due contatti per avviare la produzione dei dispositivi distribuiti alla popolazione. «Se l’uso dei dispositivi lavabili viene esteso nei luoghi di lavoro – aggiunge Aristei – i responsabili della sicurezza dovranno decidere il grado di filtrazione».
«Il tema importante è definire di cosa abbiamo bisogno. Nel 2009 il ministero salute con una circolare diceva che le mascherine filtranti non erano consigliate per la popolazione, Una volta definito di cosa abbiamo bisogno, fosse solo un foulard, produrremo foulard», aggiunge Candotti nel rivelare che il gestionale creato dalla Protezione civile è composto da 122 codici, di questi 110 sono di mascherine. Non è facile districarsi in questo marasma di codici con standard europei, americani e inglesi riconosciuti in Cina.
«Tutti vogliono la mascherina prodotta in Europa anche se la resa di quella prodotta in America è la stessa – sottolinea Candotti nell’elencare le difficoltà riscontrate dall’inizio della pandemia –. A un certo punto – insiste il direttore del 112 – anche l’America ci ha chiuso le frontiere e ci siamo trovati con 4 milioni di mascherine bloccate».
In mezzo a tutte queste difficoltà, la Protezione civile regionale è riuscita a garantire al sistema sanitario l’89% dei dispositivi necessari, solo l’11% è arrivato dal dipartimento nazionale.
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