Mauro Corona annuncia il nuovo libro: si chiamerà “La fine del mondo storto”

Dopo 14 libri che hanno venduto complessivamente oltre un milione e seicentomila copie, Mauro Corona esce dal bosco per condurci dritti dritti alla fine di un mondo. «Sarà un romanzo planetario, che parla a tutti. Potrebbe chiamarsi “La fine del mondo storto”».
UDINE.
Dopo 14 libri che hanno venduto complessivamente oltre un milione e seicentomila copie, Mauro Corona esce dal bosco cosmico: lascia
manére
, cucchi e martore per condurci dritti dritti alla fine del mondo, alla fine di un mondo. «Non sarà un romanzo di nicchia – anticipa lo scrittore e artista di Erto –, sarà un romanzo planetario, che parla a tutti, nessuno si senta escluso. È un libro che avevo in testa da tanto tempo. L’ho appena consegnato all’editore, ora dobbiamo decidere il titolo. Potrebbe chiamarsi
La fine del mondo storto
».


Il
dopo di noi
è un tema molto cario a Corona. In fin dei conti, l’epopea del bosco che tutti amiamo si proponeva e si propone di salvare una cultura aspra e autentica, forte nella sua marginalità, difendendo caparbiamente la sacralità del rapporto con la natura e la saggezza antica dei ritmi vitali. Questo significa anche salvare gli usi, i costumi e le tradizioni di un popolo: non è sterile nostalgia, è un seme per il futuro. Così, il nuovo libro, che dovrebbe uscire da Mondadori in primavera, ci mette davanti ad un futuro possibile, apocalittico nella visione e per certi versi profetico nel messaggio.


- Mauro, qual è allora il futuro prossimo venturo di cui ci farai leggere?

«Una mattina d’inverno – perché le disgrazie capitano sempre d’inverno – l’umanità scopre che il petrolio è finito. Un trauma terribile per il mondo civilizzato, non certo per gli indios dell’Amazzonia, che il petrolio manco lo conoscono e che hanno un rapporto più vero con i propri simili e con l’ambiente. Nelle grandi città, intanto, la gente muore di freddo: di fronte alla tragedia inattesa – mica tanto poi – non sa difendersi con le mani, non le sa usare per sopravvivere, l’ha dimenticato, preso da cose che essenziali non sono. Così ecco che i problemi, gli unici veri problemi, sono mangiare e scaldarsi. Si brucerà di tutto, i mobili, i libri, persino i mlioni di cadaveri che questa sorta di purificazione ha generato».


- Un implacabile destino comune a tutti?

«No, per l’umanità la speranza di futuro sta in quelli che le mani le sanno usare: la gente dei campi, della montagna, della Carnia se vogliamo. Gente che sa ancora cosa e come fare, sa costruire cose, sa garantirsi una sopravvivenza. Non c’è mai un male senza un bene: si distingue finalmente ciò che serve da ciò che è superfluo, si vive per sottrazione e così si va all’essenziale, al necessario. In questo senso, credimi, le mani salvano: si riprende a seminare e a coltivare, si riavvia un ciclo smarrito ai più, ma ora ritornato importante e vitale. I contadini, i vecchi sono i nuovi eroi, gli insegnanti straordinari per l’umanità liberata dal petrolio, un’umanità rinata».


- I riferimenti saldi come l’economia, la cultura, l’energia e la politica che fine fanno? Evaporano?

«La loro importanza si svuotata nel nuovo scenario della necessità vitale. Le banche diventano inutili, spariscono i padroni e quindi anche i servi, politica compresa. Ma non si spegne tutto, non è la fine. Per esempio, salvo tanta gente in gamba, anche dei politici, capitani d’industria, un po’ di voi giornalisti e di critici letterari (qui mi sono tolto qualche sassolino...). Ti avevo già anticipato, a mo’ di esempio, l’episodio in cui Berlusconi e Bertinotti vanno dal contadino con un sacco di soldi in cambio di un sacco di farina. Il contadino risponde di no: a lui i soldi non interessano, gli importa soltanto di dar da mangiare ai propri figli. Tutto si svuota insomma, internet non c’è più, la luce elettrica diventa cosa rara. Però sparisce anche lo smog e a Milano e a Roma riescono a vedere nuovamente le stelle. Così, inginocchiandosi sulla terra, si accendono delle speranze: la gente ha capito che serve una svolta, che bisogna cambiare, per sé e soprattutto per i propri figli. E qui ti aggiungo un ultimo simpatico esempio: non ho fatto nomi, se non quello della Mondadori, che si reinventa diventando una fattoria modello».


- E le guerre? Non ci saranno neanche più guerre?

«Sicuro che no. In un mondo come questo, con la paura della morte sempre lì davanti a te, la gente è costretta a stase insieme, a vivere in pace. Scopre altri ritmi dell’esistenza, scopre di avere più tempo libero, capisce infine che l’autossufficienza è il bene più grande. Sono felici».


- Per sempre?

«Amo ripetere spesso che l’uomo è l’unico essere vivente che si autoestingue per imbecillità. Così ecco che, nel romanzo, la favola finisce sotto le feste di Natale. Improvvisamente e sorprendentemente scoppia una rissa tra due persone. Una accusa l’altra: “Perché io devo portare 10 sacchi e lui solo 3?”. La rissa viene sedata, ma, risolto il caso, si decide che serve un servizio di sicurezza, serve un capo. Lo eleggono. Anche le altre città , venute a sapere dell’accaduto, si danno dei capi e dei servizi di sicurezza. Proprio da lì ricomincia il disastro. Siamo proprio una specie imbecille».


- Dunque ci aspetta un altro Corona in quelle pagine?

«Sì. Questo è il mio libro, planetario come ti dicevo. Tutti dentro, tuti chiamati a misurarci con probblemi che prima o dopo si presenteranno. Io metto in guardia: salviamo il rapporto con la terra, salviamo la cultura della manualità, salviamo i valori e buttiamo la zavorra! Ah, a proposito di zavorra, vorrei proporre a quelli dell’
Isola dei famosi
di venire sulle nostre montagne a imparare come si sopravvive veramente. Vengano in val Zemola d’inverno. Gli diamo da mangiare e poi li chiudiamo in un’area recintata da cui non possono uscire. Non durano più di un paio di giorni. Venite qui, allora, a fare
L’inverno dei famosi
!».


- Qual è il messaggio più forte che vuoi mandare con questo libro?

«Nessun messaggio all’umanità. Però dico: nelle scuole dovrebbero insegnare anche i conradini, i boscaioli, le guide alpine, i muratori, i falegnami. Le mani sono una benedizione. Grande!».


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