L'esperto: «Friuli è nome evocativo. Un testimonial? Inutile»

L’esperto di marketing Paolo Molinaro sull’ultimo logo: serve più immediatezza

UDINE. «Friuli è già un nome evocativo. Non ha bisogno di altro. E un testimonial è inutile, a volte addirittura dannoso». Paolo Molinaro, udinese, è il fondatore di Aipem, una società che da oltre 40 anni è leader nel marketing. Ha esperienza da vendere, nel settore, e ritiene che in tutti questi anni si sia fatta un po’ troppa confusione attorno a loghi, marchi, slogan, campagne pubblicitarie per promuovere il nostro territorio.



Molinaro partiamo dall’ultimo logo “Io sono Friuli Venezia Giulia”, presentato pochi giorni fa dalla Regione. Le piace?

«L’iniziativa è meritevole, ma il contenuto estetico andrebbe affinato. A mio avviso non “buca”. Ci vuole qualcosa di più immediato. Bisogna evidenziare di più la parola Friuli, che è l’unica che conta. La necessità di un logo identificativo esiste, ci sono tante eccellenze friulane che oggi, fuori dai nostri confini regionali, non sono attribuite al Friuli. E questo è un danno economico per il settore agroalimentare, per le tipicità».

In passato sono stati fatti tanti tentativi, ma non abbiamo mai trovato la quadra. Perchè?

«Ogni compagine politica distrugge quello che c’era prima. Un’azienda privata non si sognerebbe mai di buttare via quello che ha fatto l’amministratore di prima. In politica invece si ricomincia sempre da capo, ma non si può fare così, la gente resta disorientata».

Il migliore qual era?

«Il più vicino alle esigenze legate alla comunicazione era il “Tipicamente friulano”. So che è difficile imporre un marchio in una regione complicata come questa, ma ci vuole un’identità attorno alla quale ci sia un orgoglio di appartenere. Deve esserci in bella evidenza la parola Friuli, o friulano. È una parola evocativa di serietà, correttezza, ambiente, natura, sostenibilità. Una frase lunga e complessa ci porta lontano, fuori strada. Il Friuli evoca alpini, ambiente sicuro, mangiare bene, buoni vini».

Trieste però potrebbe non essere d’accordo...

«Trieste non ha la varietà dei prodotti, il terreno, l’artigianalità per coltivare tutte queste tipicità che abbiamo in un territorio vario come è il Friuli. Siamo un puntino nel mondo, non ha senso fare distinzioni tra Udine e Trieste. Dobbiamo aggregarci a questa identità Friuli, quello che tira è l’emozione che si nasconde dietro una parola. La questione è politica, ma bisogna essere pratici: anche Trieste con il marchio Friuli ne trarrebbe vantaggio. Dobbiamo pensare di fare mercato, di differenziarci da altri competitor, non dividerci nel nostro territorio. Il campanile non ha senso».

Chi dobbiamo imitare per essere più efficaci?

«L’esempio è il Trentino, il cui logo è dappertutto ed è immediatamente identificativo. Il Trentino è pure il nostro principale competitor in fatto di agroalimentare: ha un’infinità di Dop come olio, mele, vino, ha fatto un grosso lavoro di tutela delle tipicità, valorizzando i Consorzi, mentre noi li abbiamo chiusi. Adesso è avanti rispetto a noi ed è premiato. Quando dici Trentino, ti fidi. La stessa cosa dovrebbe diventare il Friuli, un sinonimo di fiducia, di qualità, di etica, di ambiente. Tutte cose che il turista chiede. Un’altra strada da percorrere è quella del Prosecco: è stata un’operazione di marketing corretta, che ha avuto il pregio di superare i campanili».

Nel suo logo che colori ci metterebbe?

«Il giallo e il blu classici. La gente non ha tempo di distinguere tra oro e blu, tra mare e montagna».

E il testimonial? È necessario?

«Io sono contrario, i testimonial hanno dei vissuti contraddittori. Oggi sono in auge, domani finiscono nella polvere e trascinano nella polvere il prodotto sponsorizzato. Il testimonial è la parola Friuli, ha un valore che abbiamo sottostimato».


 

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto