L'acqua nel Pordenonese è "malata"

PORDENONE. Un anno di dubbi e di silenzi. E’ il tempo che è trascorso da quando l’Arpa ha segnalato – era il 21 luglio del 2015 – all’azienda per l’assistenza sanitaria numero 5 la presenza di desetildesisopropilatrazina (Dact), metabolita dell’atrazina, nelle acque prelevate dai pozzi di emungimento di diverse centrali idriche situate nel territorio della “Bassa Friulana” e della provincia di Pordenone.
Cos’è successo da allora e perché la popolazione non è stata informata? Le carte sono emerse ieri durante la quarta commissione consiliare, convocata su richiesta dei consiglieri Riccardo Riccardi (Forza Italia), Roberto Revelant (Autonomia responsabile) e Alessandro Colautti e Paride Cargnelutti (Ncd).
L’Arpa ha evidenziato la presenza di un superamento del parametro “sommatoria fitofarmaci” «nonché la presenza di uno dei fitofarmaci, ufficialmente mai dosato in precedenza in campioni di acqua a uso potabile, sia in pozzi a monte della discarica sia in altri campioni di acque di falda della zona per cui è ipotizzabile che costituisca un inquinamento diffuso nelle acque sotterrane del territorio circostante».
A scriverlo – in una lettera che però è stata spedita solamente il 2 ottobre per convocare una riunione urgente – è il responsabile del dipartimento di prevenzione dell’Aas 5, Lucio Bomben.
Il dirigente convoca Autorità d’Ambito territoriale ottimale occidentale, Consulta d’Ambito per il servizio idrico integrato nell'Ambito territoriale ottimale interregionale Lemene – ovvero le assemblee dei sindaci a cui è affidato il coordinamento dell’acqua nei territori di riferimento – e le aziende di gestione del servizio idrico integrato (Sistema Ambiente Srl, Hydrogea, Livenza Tagliamento Acque Spa). Non ultima la Direzione centrale della salute.
La riunione è fissata il 6 ottobre e in quello stesso giorno la direzione centrale alla Salute, della Regione, chiede all’Arpa di fare un monitoraggio più approfondito.
Nasce un “Gruppo tecnico interistituzionale per la tutela della salute da rischi ambientali” e il monitoraggio del gruppo di lavoro conferma le criticità esistenti. Il 23 febbraio scorso, nell’ambito del gruppo tecnico, viene deciso di proseguire nelle attività di monitoraggio previste dal “Protocollo d’indagine-Dact” attraverso la realizzazione di uno studio pilota. E non è un caso.
«La fragilità rilevata nei corpi idrici del “Friuli Occidentale” invece è apparsa subito di più difficile risoluzione e, come emerso in seguito al coinvolgimento di tutti i gestori delle reti acquedottistiche della provincia di Pordenone – si legge nella relazione –, può essere affrontata solamente attraverso le opportune modifiche tecnico-impiantistiche».
Considerato che interventi di questo tipo richiedono tempi lunghi e investimenti importanti, perché non avvisare la popolazione? «A oggi non vi sono evidenze relative alla presenza di associazioni causali tra l’esposizione all’atrazina e ai suoi metaboliti e l’insorgenza nell’uomo di qualsiasi tipo di cancro, di processi di mutagenesi e di disturbi della riproduzione» è la premessa – nella relazione – che spiega i tempi del monitoraggio.
È pur vero che tra la salute e il cancro, forse, ci sono parecchie sfumature e che, se gli esperti hanno ribadito anche ieri in commissione che non ci sarebbe un pericolo per la salute, ogni cittadino ha il diritto di esercitare il principio di precauzione. E lo può fare solo se informato per tempo.
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