La Regione rassicura: «La potabilità non è a rischio»

Il caso dell'acqua "malata" nel Pordenonese. Riccardi: «Ma non esiste un organismo terzo che controlli». Dalla relazione emerge che mancavano strumenti di misura
Bonaventura Monfalcone-02.03.2016 Conferenza stampa-indagine epidemiologica-Palazzetto Veneto-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura
Bonaventura Monfalcone-02.03.2016 Conferenza stampa-indagine epidemiologica-Palazzetto Veneto-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura

PORDENONE. La Regione, con gli assessori alla Salute Telesca e all’Ambiente Sara Vito, ha lanciato messaggi rasserenanti evidenziando che la potabilità dell’acqua non è a rischio e che al massimo può essere più o meno buona.

È quanto è emerso in quarta commissione consiliare, dove erano presenti anche gli amministratori delle società di gestione (Hydrogea e Sistema ambiente per il pordenonese), che tuttavia hanno ammesso il perdurare dei problemi.

Rispetto a un anno fa, se nell’Udinese sono stati adottati nel frattempo correttivi, nel pordenonese la situazione non è di molto migliorata perché qui servono interventi strutturali.

La Regione. «La considerazione di fondo è che la potabilità dell’acqua non è in discussione. L’87% è di buona qualità perché di origine sotterranea e quel restante 13% non significa che non sia buona, ma soltanto che sono acque di altra origine, superficiale, che vengono trattate in modo specifico».

«I parametri che vengono presi in considerazione sono moltissimi, non solo quelli fisico, microbiologico e chimico; in questi anni la non conformità delle acque riscontrata è stata bassissima e, comunque, mai riferibile a fattori correlati a rischi sanitari – recita l’agenzia regionale che fa il resoconto dell’audizione –. La salute non è a rischio, ma quando dalle analisi si riscontra un parametro non conforme, vengono messe immediatamente in essere tutte le iniziative del caso».

Sull’ “immediatamente” qualche dubbio, tuttavia, sorge.

Acqua potabile. A garanzia della potabilità dell’acqua, in commissione è emerso che «l’autorità competente non è mai stata costretta ad adottare alcun provvedimento restrittivo e le analisi hanno dimostrato che le acque possono essere consumate dalla popolazione per l’intero arco della loro vita (convenzionalmente 79 anni).

Ciò significa che se talvolta può presentarsi temporaneamente qualche problema, non mette mai in discussione questo parametro generale. In conclusione, allargando l’orizzonte, l’acqua in Friuli Venezia Giulia è potabile, possono esserci zone dove la qualità è migliore di altre, per questo l’impegno dell’amministrazione regionale è di lavorare costantemente per migliorarla ovunque».

I controlli. Durante la commissione, però, a precisa domanda, è anche emerso che non esiste un ente terzo che controlli le società di gestione della rete idrica «e su questo – spiega Riccardo Riccardi –, abbiamo chiesto un cambio di rotta. Nessuno vuole speculare o fare allarmismo, ma riteniamo che qualunque strumento possa garantire maggiormente la salute dei cittadini vada messo in atto».

Senza strumentazione. Una richiesta che, peraltro, fa i conti con un pregresso che non favorisce la fiducia da parte dei cittadini. Nella relazione del primo monitoraggio per verificare la presenza di desetildesisopropilatrazina (Dact), si legge che: «Tale molecola seppur compresa tra i parametri chimici da includere nei controlli di routine e di verifica delle acque destinate al consumo umano dal decreto Legislativo 31/2001, non era mai stata precedentemente misurata a causa della mancanza della strumentazione analitica adeguata».

Questo significa che per quindici anni quel valore non è stato misurato e a fronte di questa certezza è difficile fare un atto di fede nei confronti delle società che gestiscono il servizio idrico integrato.

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