La tragedia di Castelnovo, Nina non ce l’ha fatta: autorizzato il dono degli organi

CASTELNOVO. Nulla più di una ventina di centimetri d’acqua piovana che si erano accumulati in un piccolo bidone arancione alto mezzo metro e privo di coperchio, utilizzato per la raccolta della plastica.
Sono bastati, purtroppo, per provocare una tragedia tanto assurda quanto imprevedibile, che ha scosso profondamente Castelnovo, Sequals e tutta la provincia di Pordenone. Non ce l’ha fatta Nina Polli, la bimba di 17 mesi che era stata ricoverata in condizioni disperate mercoledì all’ospedale di Pordenone.
Verso le 20.40 dell’altra sera era caduta in quel bidoncino arancione collocato nel giardino di casa, una villetta in località Almadis, borgata collinare dove Nina viveva con il papà Stefano Polli, titolare di una gioielleria a Lestans, e la mamma Elena Salvador, assessore comunale.
I medici del reparto di terapia intensiva e rianimazione dell’ospedale di Pordenone hanno decretato la morte cerebrale verso le 12. Poi, alle 17, è arrivata l’autorizzazione all’espianto degli organi da parte della Procura che in mattinata aveva nel frattempo aperto un fascicolo e ricevuto un rapporto con la ricostruzione dell’accaduto da parte dei carabinieri di Spilimbergo, coordinati dal maresciallo Italo Botter.
Un incidente domestico paragonabile, nella sua imponderabile e sfortunatissima dinamica, alla caduta in un piccolo pozzo. Nina si è accostata al bordo, probabilmente perché si era resa conto che un suo giocattolo (una paperetta di gomma) era finito sul fondo del bidone.
La bimba, per cercare di afferrare il giocattolo, si è arrampicata sul bidone, sporgendosi, allungando il braccio e infine cadendo all’interno, a testa in giù. Il volto era sotto il pelo dell’acqua. Nina non è riuscita a risollevarsi. L’acqua piovana accumulatasi nei giorni precedenti le impediva di respirare e ha cominciato a entrarle nei polmoni.
I genitori, che avevano appena finito di cenare, si sono insospettiti non vedendo più la bimba né sentendo la sua voce. Si sono precipitati nel giardino temendo che Nina potesse aver in qualche modo aperto il cancello e fosse uscita all’esterno della recinzione, sulla strada. Invece, l’hanno vista dentro il bidone.
Senza perdere un’istante l’hanno tirata fuori e papà Stefano ha cercato di rianimarla mentre la mamma chiamava il 118. La bimba era in arresto respiratorio. Difficile quantificare per quanto tempo Nina sia rimasta senza ossigeno.
Arrivati sul posto, i soccorritori del 118 hanno praticato a lungo le manovre di rianimazione finché la piccola ha ripreso a respirare e il suo cuore è tornato a battere. Ma è apparso subito chiaro che le condizioni di Nina erano disperate.
L’ambulanza, con Nina e mamma Elena a bordo, è partita a sirene spiegate verso l’ospedale di Pordenone, scortata dai carabinieri che hanno attuato una staffetta per accorciare il più possibile i tempi del tragitto, che misura poco più di 40 chilometri.
Quando è giunta al pronto soccorso, Nina era in coma. Già durante la notte gli accertamenti diagnostici non autorizzavano speranze. Troppo gravi gli effetti della prolungata mancanza di ossigeno e dell’arresto cardiocircolatorio. In mattinata l’elettroencefalogramma non dava segnali. L’ultimo filo di speranza si era ormai spezzato.
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