La storia del partigiano Chivilò, dimenticato anche quest’anno

San Giorgio della Richinvelda non gli tributa onori, nonostante promesse e firme. «È stato deciso di raccogliere ancora testimonianze e documenti sulla sua figura»

La Resistenza, a distanza di tanti anni non ha cessato nel cuore degli uomini liberi e forti (come avrebbe detto don Luigi Sturzo) di rappresentare il faro luminoso di ideali testimoniati da uomini e donne che sacrificarono anche le loro vite per amore di libertà.

25 aprile, in un film di 11 minuti la Liberazione di Udine

Quest’anno il 25 aprile va a incontrare il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica (2 giugno 1946).

Ma accanto alle giuste manifestazioni che nella regione coloreranno la festività con le massime autorità, occorre con doverosa analisi ricordare che anche quest’anno il partigiano Antonio Chivilò, benemerito combattente della libertà e membro del Comitato di Liberazione del comune di San Giorgio della Richinvelda, nonostante le promesse e le richieste dei suoi concittadini, non vedrà onorata la sua memoria. Le polemiche intorno alla figura di Antonio Chivilò, comunista, scarsa scolarizzazione, una insolita solidarietà verso i diseredati negli anni del fascismo, durano ormai da due anni.

Gli fecero bere “i soliti noti” in camicia nera olio di macchina. Oltre cento cittadini San Giorgio Richinvelda chiesero nel 2014 che gli fosse dedicata, nel cinquantenario della morte (1964) una via del Comune, il nipote Remigio chiese che la didascalia fosse “antifascista”.

Il sindaco Michele Leon rifiutò. Si verificò un situazione che il direttore del Messaggero Veneto Tommaso Cerno ha illustrato (nel libro “A noi” edito da Rizzoli) segnalando «Oggi fascisti, domani antifascisti, tutti democristiani e ancora berlusconiani, renziani. In pratica i soliti equilibristi».

Furono infatti molti i sedicenti cittadini democratici che accorsero subito in aiuto del sindaco irrispettoso della storia di Chivilò. Primo fra tutti Giuliano Cescutto segretario del Pd di Pordenone.

Lavora a san Giorgio, lesto nella corsa per avere i finanziamenti dell’“albergo diffuso, non mosse politicamente un dito, per guadagnare magari qualche voto in un comune dove non esiste opposizione. Giuseppe Mariuz segretario dell’Anpi di Pordenone a luglio 2015 al congresso di Aquileia, non menzionò la vicenda.

Angelo Masotti presidente dell’istituto per la storia del movimento di Liberazione di Pordenone ebbe ruolo di preoccupante, ma marginale utilità. La segretaria regionale del Pd Antonella Grim ricevette messaggi per dirimere la questione.

Assicurava poco convinta, che una manifestazione sarebbe stata fatta in onore del compagno comunista. Nulla di nulla. Eleonora Meloni segretaria della presidente Serracchiani, ricevette stimoli per dare sguardo impegnato a una questione che riguardava un uomo, il Chivilò che da solo aveva sfidato il potere e le sofferenze fisiche senza piegarsi.

La presidente Serracchiani, che ancora recentemente al quasi clandestino congresso del Partito socialista di Salerno è stata contestata per la sua scelta di difendere une legge elettorale che poco ha a che fare con la democrazia compiuta, ha a cuore l’antifascismo? La ciliegina sulla vicenda è stata messa dal dottor Carlo Ferrari già medico condotto di San Giorgio e membro dell’Anpi di Spilimbergo. Si vanta Ferrari di essere affascinato da Altiero Spinelli noto galeotto nelle carceri fasciste.

Dichiarò «Conosco il sindaco da bambino, gli ho consigliato di intitolare una sala del Comune a Provesano. Non si scriverà “antifascista” e la manifestazione si farà il 25 aprile 2016». Soluzione familistica, quindi non politica.

Con due anni di ritardo, con il vantaggio che non sarà la cerimonia nello stesso giorno della festa della Madonna del Rosario come pretendeva il sindaco. Una anziana del paese commentò «Toni Chivilò è stato torturato da vivo e anche da morto». Ma la manifestazione non si farà. Il dottor Ferrari smentisce se stesso: «E’ stato deciso di avviare una ricerca sulla figura del Chivilò, di raccogliere documenti e poi procedere più in là». Che dire? Saranno trovati i nomi di chi lo torturò? Occorrono carte per dimostrare che Chivilò era un antifascista limpido e duro come un diamante? Scrive il direttore Cerno «Il fascismo fu ipocrisia, faciloneria, lente di ingrandimento di un paese pronto a stare dalla parte di chi vince, di chi comanda, di chi grida più forte».

Nessuno che abbia avuto il coraggio di spiegare al sindaco Leon che aveva sbagliato. Magari il giorno in cui intestava una via alle “Truppe alpine” con una tempestività non usata per la memoria di un solitario eroico difensore anche della sua libertà. I fantasmi del fascismo che preoccupano Cerno abitano vicino a noi.

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