La ex di Trifone: «Mi diceva “Faccio il gigolò”, poi rideva»

Un amore durato più di 7 anni, una fine burrascosa, la doppia vita scoperta su Fb «Grazie alla L di Lugenzia aprì il profilo “Luca Bari”», clonato nel 2008
Di Antonio Bacci

Arriva di buon’ora insieme alla mamma e a quel nome del Sud, Maria Lugenzia, più volte rimbalzato nei notiziari insieme a un alone di mistero.

Lei, Trifone, l’ha conosciuto meglio di tutti. Più di ognuna delle persone presenti in aula, più delle stesse parole del militare ucciso, che emergono dai verbali senza lasciar trasparire le risate e le espressioni del volto. Meglio anche di Teresa, che gli è morta accanto, perché insieme a lui Maria Lugenzia Pavone è stata sette anni, non solo due. E ora, di fronte ai giudici della Corte d’assise, cerca di spiegare com’era per davvero quel ragazzo partito da Adelfia carico di sogni e tornato in paese, in un giorno di marzo, avvolto da una bara e un tricolore, sulle spalle dell’uomo accusato di averlo ucciso.

Agli amici rivela che nell’ultimo periodo della loro relazione, conclusa nell’agosto 2013, Trifone era molto cambiato. La vita di caserma a Cordenons e le relazioni nell’ambiente militare lo avevano portato a una collisione frontale con l’originario sogno di indossare la divisa da finanziere già vestita dal nonno. La necessità di adattarsi a una vita lontana da casa lo avevano condotto lungo strade via via più lontane dalla loro relazione.

«Gli chiedevo che necessità avesse di cercarsi un secondo lavoro – ha ricordato Maria Ligenzia riferendosi alle serate nei locali – quando già faceva il militare. “Che ci fai di tutti quei soldi?” gli domandavo. “Mi servono per aprire un bar alla Canarie...”. Ma poi rideva, rideva sempre, e io non ci credevo».

«Non si vergognava di chiamarsi Trifone. Il profilo Facebook “Luca Bari” deriva dalla L del mio nome, una grande lettera che gli avevo regalato. Lui mi aveva regalato una T. “Così ora se conosco qualche ragazza posso dirle che mi chiamo Luca” raccontava. Diceva che con quei soldi stava girando il mondo, per farmi ingelosire, ma non era vero».

Maria Lugenzia, in realtà, una volta si ingelosì davvero, dopo la fine della relazione, quando scovò il locale milanese che faceva da sfondo al profilo “Luca Bari”. Nella pagina Facebook trovò una serie di foto con Trifone, una delle quali postata da una donna di mezza età. Così non la prese bene e commentò “Non si chiama Luca, ma Trifone, ed è un grandissimo bastardo”.

Trifone con le signore attempate, Trifone mascherato, Trifone alle feste per i gay. Un ragazzo diverso da quello che aveva visto crescere nella casa e nella famiglia accanto, da quello spaesato e squattrinato a cui lei prenotava e pagava on line i voli Ryan Air di rientro a casa.

Ma la stessa Lugenzia scriveva e poi se ne pentiva, perchè di quell’adorabile “bastardo” era innamorata e perché ne conosceva la straordinria capacità di combinare guai e allo stesso tempo di farsi perdonare.

Un rapporto, quello coi social, che inguaiò Trifone già nel 2008, quando un ragazzo gli clonò il profilo su Badoo utilizzando le foto di Ragone per procacciarsi ragazze. Le chiamate arrivavano però al telefonino dell’ignaro Trifone che denunciò tutto alla polizia postale.

«Eravamo convinte che con quella personalità sarebbe arrivato in tv» rivela amaramente a margine dell’udienza.

Il modo, però, non l’avrebbe immaginato nessuno.

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