Intervista a Renzo Tondo: «Sulla sanità Serracchiani sbaglia, punti all’Azienda unica regionale»

L’ex governatore vede due rischi: la spesa che non scenderà e il ritorno a un sistema centralizzato. «Voto Fi per lealtà a Berlusconi, soprattutto ora che anche in regione molti lo stanno abbandonando»

UDINE. Non sarà un protagonista delle elezioni europee del 25 maggio, ma Renzo Tondo non starà nemmeno fermo. Ha deciso di votare Fi e tirare la volata a Sandra Savino. Terrà d’occhio Roberto Dipiazza, capogruppo in Consiglio della civica fondata da Tondo, Autonomia responsabile (Ar), candidatura che provoca più di un mal di pancia nel centrodestra.

A urne chiuse Tondo tirerà una riga e proverà a essere protagonista di un’altra sfida, per ricostruire il centrodestra. Poi, da ex governatore, osserva dall’interno la riforma della sanità progetta dalla presidente Debora Serracchiani. Tondo riconosce un suo sbaglio, ma per lui anche il centrosinistra ha preso una brutta china.

Perché non si è candidato alle europee con Fi?

«Perché non ho trovato gli stimoli. E sono una persona che porta a compimento gli impegni e il mio ora è fare l’opposizione al centrosinistra in Regione. Quindi, resto qui. E sostengo Savino e l’imprenditore Gianpiero Samorì».

Qual è la motivazione del voto a Fi?

«Voglio più che mai attestare la mia appartenenza al centrodestra e ai moderati. Sono sempre stato leale verso Silvio Berlusconi, anche nelle critiche e nelle osservazioni puntuali che gli ho riportato perché ritengo che alcuni errori siano stati compiuti. Anche oggi resto leale, soprattutto oggi che Berlusconi sta subendo un attacco ingiusto e tanti che gli devono tanto lo stanno abbandonando, anche qui in regione».

Chi?

«I nomi sono sotto gli occhi di tutti, sono i nominati e non eletti, che quando hanno visto sfumare un’altra candidatura se ne sono andati».

Non c’è stato un momento in cui era vicino ad Angelino Alfano?

«All’assemblea nazionale del Pdl apprezzai il passo indietro di Berlusconi in favore di Alfano, ma poi Angelino mi ha deluso perché non è riuscito a tenere unito il partito».

Ritiene che gli addii siano segno che Fi è in disarmo?

«Non credo. Ma se così fosse a maggior ragione sarebbe un dovere rimanere in Fi, perché è troppo comodo farlo solo finché ci sono posti da occupare. Resto critico ma resto in Fi».

Si tratteggiano somiglianze tra Matteo Renzi e Berlusconi. Che effetto ha Renzi sul centrodestra?

«Per il centrodestra è venuto il momento di disegnare un orizzonte diverso. L’avvento di Renzi sta disarticolando il nostro schieramento così come l’avvento di Berlusconi sconquassò il centrosinistra. Dopo le elezioni europee sarà necessario ripartire».

E che orizzonte immagina?

«Da inguaribile ottimista. Oggi il centrodestra è troppo diviso sia all’interno della coalizione sia all’interno dei singoli partiti. Penso che potrà ritrovare unità attorno a una nuova leadership, tutta da costruire».

Si oppone alla candidatura Dipiazza?

«La mia è una scelta politica nazionale, non basata su dinamiche locali. E sono dispiaciuto che venga vissuta come una prova di forza interna. C’è stata una riunione di Ar nella quale si disse che a me era stato offerto di candidare con Fi e a Roberto con Ncd. Allora suggerii a lui e a me di dire no, quella era la mia posizione. Dipiazza ha ritenuto di candidarsi, è una sua legittima scelta».

Dipiazza ha messo in difficoltà Ar?

«È una valutazione che faremo dopo le europee. Registro però che gli amici di Ar erano sulla mia stessa posizione».

Chiederà anche agli esponenti di Ar di votare Fi?

«No, ognuno esprime il voto che vuole».

Scioglierà la civica che crea più di un mal di pancia in Fi?

«Sono polemiche inutili. Va ricostruita l’unità del centrodestra, non sulle sigle ma sulla linea politica. Al momento Ar resta così com’è, ma se ci sarà un progetto politico serio, vedremo. Dopo le europee starà nella maturità di ciascun leader di ogni spezzone del centrodestra mettersi attorno a un tavolo e ricominciare un percorso di unità, che non potrà avvenire se non ci sarà altrettanta volontà a livello nazionale».

Perché era assente in Consiglio alla presentazione della riforma sanitaria?

«Per un impegno personale cui non potevo mancare».

Cosa pensa della riforma?

«Sono abituato a parlare di cose concrete e non di linee generiche, quindi il mio giudizio resta sospeso anche se tendente al negativo. Da quanto ho letto emergono due elementi. Il primo è la genericità della spesa: si dice che la riforma non è fatta per liberare risorse, allora perché cambiare un sistema che funziona? Il secondo è il ritorno a un impianto centralizzato perché viene ricostituita la super Agenzia che noi avevamo abolito, tolta autonomia ai territori e riproposto un modello che rischia di portare con sé i pericoli del grande senza i vantaggi del piccolo. Aggregare Latisana con Gorizia, inoltre, mi pare complicato perché le due realtà sono disomogenee. Spero che qualcuno mi spieghi bene le motivazioni della scelta».

Le Aziende passano da nove a cinque, è un buon passo?

«Tanto valeva avere il coraggio di andare fino in fondo e arrivare all’Azienda unica regionale».

La sosterrebbe?

«Sì».

La convince l’unione tra ospedali e aziende per i servizi sanitari?

«È passata la proposta basata sul modello triestino, la cui impronta è tutta di Franco Rotelli, fortemente ideologica e sulla quale si concentreranno il malcontento dei medici e la contrarietà delle categorie cliniche».

Quale modello avrebbe applicato?

«Ho già detto in Consiglio che non sarò io ad accendere fuochi. Ora non è mio compito dire cosa si deve toccare e cosa no. Ripeto, mi lascia molto perplesso l’invarianza della spesa, perché è un lato debole non porre la questione delle risorse. È una partenza sbagliata».

Lei perché non ha portato a compimento la sua riforma sanitaria?

«Nel momento in cui avrei potuto farlo, ragioni politiche valutate male non mi hanno consentito di andare fino in fondo. Lo ammetto, è stato un errore».

Serracchiani avvia la riforma a un anno dall’elezione. Lei sbagliò anche nell’affrontare la riforma a fine legislatura?

«Sì, quello di Serracchiani è un vantaggio che io non avevo, ma mi sono imbattuto nella peggior crisi economica del Fvg e mi sono dedicato alla tenuta del sistema. La sanità non era la mia priorità, lo è diventata poi».

Anche il patto Tondo-Tremonti è stato un errore?

«No, è virtuoso e confermo che sarebbe stato un guaio non firmarlo, perché altrimenti la Regione non avrebbe chiuso i bilanci 2011, 2012, 2013 e programmato quello del 2014. Il patto ha portato 2,5 miliardi in regione. Punto. Finora le risorse che dovrebbero andare allo Stato – 370 milioni l’anno – sono congelate, sono messe a bilancio, è vero, ma sono ferme. E su questo misureremo la grandezza di Serracchiani, perché adesso che è vicesegretario del Pd, maggior partito di governo, e che ha inventato la bufala del patto scellerato, ha promesso di cambiarlo. Lo faccia, se quel patto non era buono ne faccia uno nuovo. Rimane il fatto che senza quell’accordo oggi la Regione non potrebbe chiudere i bilanci. Va dato atto a Riccardo Illy di aver intrapreso il percorso con cui la Corte costituzionale ha riconosciuto al Fvg le compartecipazioni sulle pensioni. Illy subordinò la sua ricandidatura al riconoscimento di quei soldi e ottenne 30 milioni. Tondo ha portato al Fvg 2,5 miliardi. Serracchiani contesta 370 milioni l’anno da dare allo Stato».

Ritiene possibile un’alleanza Pd-Ncd anche in Fvg?

«No, non ne vedo le condizioni. Ma se accadesse sarebbe una fase completamente nuova della politica regionale».

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