Il sindaco al campo nomadi di via Popone: «Qui non potete stare». «Dateci una casa»

Blitz del sindaco Pietro Fontanini nel piccolo campo rom di via Popone. Ieri il primo cittadino, a margine dell’inaugurazione della nuova viabilità di Sant’Osvaldo, ha voluto incontrare le famiglie nomadi che stazionano nei pressi del vecchio casello ferroviario, chiedendo le ragioni della loro permanenza in quel luogo.
«Non potete stare qui, lo sapete?». Queste le parole di Fontanini, accompagnato dal suo vice, Loris Michelini. «Abbiamo fatto domanda per avere una casa Ater, ma non ci è stata concessa – ha risposto la capo famiglia, una donna che ha voluto stringere la mano al sindaco, ringraziandolo per la visita –. Finché non ci viene data una casa non ci muoviamo da qui».
Nel campo abitano tre nuclei della stessa famiglia (12 persone in tutto): i due genitori più anziani e i due figli con le rispettive famiglie, una delle quali formata da tre minori. «Vanno tutti a scuola», ci ha tenuto a precisare la donna. I rom occupano quattro mezzi tra camper e roulotte, posizionati proprio accanto all’ex casello. Un luogo dove il degrado regna sovrano, tra materiali e inerti di vario tipo abbandonati un po’ ovunque, immondizia, carcasse di auto e bombole del gas una vicina all’altra. La situazione non è certamente delle migliori, e per questo il sindaco vorrebbe liberare al più presto l’area, come annunciato più volte in campagna elettorale.
In particolare era stato l’assessore Alessandro Ciani a mettere nel mirino i campi nomadi cittadini, a partire da quello di via Monte Sei Busi. Intenzioni che fino a oggi sono rimaste tali, senza trasformarsi in provvedimenti veri e propri.
Fontanini ieri si è rivolto così alle famiglie presenti in via Popone: «Sono contento che abbiate fatto domanda all’Ater – ha detto –. Adesso vedrò a che punto siamo con la pratica, soprattutto per la famiglia con i tre figli minori. Qui non potete più restare». Una chiacchierata durata pochi minuti, con i toni che sono rimasti sempre tranquilli. «Siamo residenti a Udine e abbiamo cresciuto qui i nostri figli – hanno detto i nomadi –. Non abbiamo piacere di vivere nel campo, perché non c’è nulla di umano qui. Se lei mi desse oggi una casa – ha detto la donna rivolgendosi al sindaco – andrei subito ad abitarci. Qui non abbiamo docce, non abbiamo servizi igienici, non abbiamo niente. Anche noi vogliamo vivere come le altre persone». Solo il più anziano della famiglia lavora, vendendo ferro vecchio e metalli. Eppure le tre auto che si trovano parcheggiate fuori dalle roulotte sono nuove e ben tenute, a testimonianza di un tenore di vita buono. «La gente ci critica, ma se nessuno ci dà niente dobbiamo pur continuare a vivere anche noi», ha aggiunto uno dei rom.
Ormai sono più di tre anni che i nomadi hanno occupato l’area, che per metà è privata per metà demaniale. In questo periodo non sono mancate le critiche da parte dei residenti della zona, soprattutto per le condizioni igienico sanitarie dell’accampamento, senza acqua corrente e servizi pubblici essenziali. Anche per questo l’amministrazione comunale ha intenzione di sanare una situazione arrivata ormai al limite, senza però ricorrere ad azioni di forza, ma facendo rispettare la legge. Soprattutto a tutela dei minori presenti nel campo. Lo ha ribadito lo stesso Ciani qualche tempo fa facendo riferimento all’altro campo cittadino, quello di via Monte Sei Busi, occupato da una cinquantina di persone: «Non possiamo tollerare che a Udine ci siano zone franche dove è consentito vivere» occupando aree private o pubbliche. «La legge – ha chiuso Ciani – è una sola e deve valere per tutti. Penso che i rom siano come tutti gli altri, hanno gli stessi diritti, ma anche gli stessi doveri». —
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