Il premio Hemingway - FOTO L’indiana Shoma sui marò: «Dico no alla pena di morte»

Kozyrev: è la responsabilità che distingue i reporter dai fotografi col cellulare
Lignano 15 Giugno 2013 hemmgway Telefoto Copyright Petrussi Foto Press /turco
Lignano 15 Giugno 2013 hemmgway Telefoto Copyright Petrussi Foto Press /turco

LIGNANO. Risale in fretta le scale per irrompere nella sala dove le luci sono ormai spente. Mentre gli altri premiati, archiviata la fatica d’incontrare la stampa, guadagnano le rispettive stanze, Shoma Chaudhury fa invece dietro front. I colori sgargianti del suo abito, che a ogni passo riaffermano con orgoglio da quale parte del mondo provenga, ne rivelano l’improvvisa presenza.

«Sulla vicenda del marò italiani vorrei che aggiungesse una cosa – esordisce a sorpresa –. Le ho detto che non sono nelle condizioni di prendere posizione, non essendo stato chiarito se le acque in cui navigavano fossero indiane o internazionali, ma una cosa la voglio dire: in India sono in molti a chiedere che i marò vengano “appesi” (leggi condannati a morte). Scriva pure che a questa richiesta sono fortemente contraria».

Poche parole. Autorevoli. Incisive. E un assaggio in diretta della giornalista d’assalto che è in India, quello che Shoma Chaudhury ci dà ieri all’hotel Greif di Lignano Pineta, dove la incontriamo prima della cerimonia serale, assieme agli altri premiati dall’Hemingway 2013. Coniugare il suo aspetto di giovane donna, dai modi semplici e diretti, con quello firmata da Newsweek, che l’ha eletta tra le 150 signore più potenti del mondo, viene difficile, ma basta ascoltarla qualche minuto per convenire con l’autorevole rivista americana. Come quando ci racconta cosa significa fare la giornalista oggi in un’India protagonista di un incomparabile boom economico, ma anche vittima di pesanti contraddizioni sociali. «Il nostro è un mestiere complesso, affascinante e di grande responsabilità.

Siamo chiamati a fare i cani da guardia rispetto all’uso del potere e dei soldi. Non sempre i media in India lo fanno, sono spesso parte dell’establishment, poco o nulla interessati a raccontare le storie dei poveri, che pure rappresentano il 60% degli indiani». Storie che invece racconta Chaudhury.

Così come il russo, Yuri Kozyrev, insignito del premio Hemingway sezione Reportage video-fotografico. A separarlo dalla Siria c’è ormai solo un visto. «Che sto aspettando». Con i suoi scatti ha svelato al mondo alcuni dei teatri di guerra più caldi. «L’ho fatto con passione, pazienza e volontà», racconta. Il segreto del mestiere? «Essere curioso. E poi naturalmente veloce, pronto ad affrontare qualsiasi situazione». Pronto. Lo sono ormai anche milioni di telefonini al mondo che postano no stop immagini sui social. È la morte annunciata dei fotoreporter? «Le camere dei telefonini sono certo uno straordinario strumento – dice Kozyrev –, talvolta molto importante, ma c’è una differenza sostanziale che è poi la spina dorsale del nostro lavoro. Si chiama responsabilità».

Parola che non a caso usa anche Enrico Calamai, premio Spirito Libero. Lo chiamano lo “Schindler dei desaparecidos argentini”. «Non ho fatto altro che il mio dovere», minimizza. In v. erità molto di più. Ha dovuto far convivere l’uomo con il funzionario, di uno stato che nel ’76 decise di mantenere aperti i rapporti con i golpisti. Per pure interesse economico. «È stato molto difficile», confessa Calamai citando uno dei principi che dovrebbero guidare sempre l’azione dei funzionari di Stato, sancito durante il processo di Norimberga: «Il dipendente può ricevere un ordine, ma questo non lo esime dalla responsabilità di scegliere se eseguirlo o meno». Inutile chiedere se a Calamai sia mai capitato di disattendere un ordine perché «tutta la mia storia a Buenos Aires sta sul filo di quella scelta».

E finalmente ieri sera la giuria del premio svela l’atteso nome del vincitore per la sezione Letteratura: Giuseppe Furno, esordiente in narrativa con Vetro (Longanesi), scelto in una terna in cui figurano Alexander Stille (assente per cause di salute) e Tullio De Mauro. Assieme all’illustre linguista (quando ancora non sa d’essere il prescelto) ci racconta lo stupore di trovarsi nella terna. Il piacere di vedersi legato in qualche modo al nome di Hemingway, «un babbo antico – dice Furno –, ma sempre moderno e attuale, che ha saputo mirabilmente scrivere per immagini».

Nato e residente a Roma, per il suo romanzo storico ha scelto Venezia, «argomento scivoloso, pericoloso anche», che però cova dalla giovinezza, da quando, studente ad Asolo, gliene raccontava la meraviglia «un compagnuccio di scuola». Schernendosi per la nomination, De Mauro più che un’intervista ci dà una lezione di storia letteraria ricordando l’impatto, travolgente, della scrittura di Hemingway sull’Italia. Parole di giorni un po’ meno lontani (il Mulino) doveva essere “solo” un componimento in onore di Alberto Asor Rosa. Invece, arrivato all’editrice bolognese, è stato (fortunatamente) pubblicato. «Sollecitato da grandi esempi come Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, ho cercato le tracce del mio primo impatto con parole equivocate, non capite o sentite con stupore nell’infanzia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto