Il pm chiede la confisca di 1,5 milioni alla maîtresse
«Immobili e denaro accumulati grazie ai proventi di attività illecite». Per questo motivo il sostituto procuratore della Repubblica di Treviso, ha chiesto di sequestrare, ai fini della confisca, beni per oltre un milione e mezzo di euro a Bruna Zandonà

SACILE. «Immobili e denaro accumulati grazie ai proventi di attività illecite». Per questo motivo il sostituto procuratore della Repubblica di Treviso, Mara De Donà, ha chiesto di sequestrare, ai fini della confisca, beni per oltre un milione e mezzo di euro a Bruna Zandonà, maîtresse di origine sacilese. Nonostante il tribunale di Treviso abbia già dato ragione al legale della maîtresse, respingendo una prima richiesta di confisca, il pubblico ministero De Donà è ripartita all’attacco e ha presentato appello contro la decisione di primo grado, decisa a restituire allo Stato appartamenti e conti correnti, intestati a Zandonà, che ammonterebbero ad un milione e mezzo di euro.
La procura, in attesa dell’udienza di appello che si terrà a breve, ha di fatto blindato i beni della donna con una misura di prevenzione patrimoniale.
Com’è noto, Zandonà salì alla ribalta della cronaca grazie a un servizio della trasmissione televisiva di Italia 1
Le Iene
realizzato il 9 aprile 2010 e trasmesso nella puntata del 14 aprile. L’impulso alle Iene fu dato da una delle ragazze per una sorta di “vendetta” contro la maitresse per non essere stata pagata secondo i patti. Al blitz delle Iene seguì un processo nel corso del quale emerse un ritratto della maitresse lontano anni luce dall’immaginario dell’aguzzina che sfrutta ragazze in difficoltà: niente droga e preservativo obbligatorio. Erano le ragazze a chiedere di lavorare per lei.
Al termine del processo la maîtresse venne condannata in primo grado, nel settembre 2014, alla pena di 18 mesi di reclusione contro la quale è stato presentato appello. Una pena sostanzialmente mite rispetto a quelle che erano state le premesse.
Da quella sentenza, però, la procura della Repubblica iniziò a fare i conti “in tasca” alla donna, in particolare, nel periodo tra il 2006 e il 2010, quando la donna gestiva la casa di appuntamenti di via Sant’Agostino, a Treviso.
In quegli anni, secondo gli investigatori, la maitresse avrebbe accumulato un patrimonio di oltre un milione e mezzo di euro sfruttando la prostituzione di avvenenti ragazze italiane e straniere. Da qui la richiesta di confisca dei beni da parte del pubblico ministero.
Una richiesta a cui Zandonà s’è opposta producendo documenti che attestano il rientro di capitali dall’estero che in qualche modo giustificherebbero il consistente patrimonio a disposizione della donna sacilese.
Nei prossimi giorni, si terrà, dunque, l’udienza di appello. Un’udienza al termine della quale i giudici si dovranno esprimere se effettivamente il consistente patrimonio è frutto di proventi leciti oppure se sia stato accumulato dall’attività di sfruttamento delle ragazze che si prostituivano nella casa d’appuntamenti di via Sant’Agostino.
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