Il costituzionalista avverte: "L’Autonomia regionale non è più intoccabile"

UDINE. Ha fatto parte della Commissione dei saggi, insediata dall’allora premier Letta all’inizio del suo governo quando ministro delle Riforme istituzionali era Quagliariello. Il governo aveva prosentato un report sulle proposte di modifica sia delle legge elettorale, sia della forma di governo, sia infine del Titolo V afferente anche il nodo del rapporto trra Regioni ordinarie e a statuto speciale. Su quest’ultimo punto la commissione dei saggi si era limitata a una generica necessità di tenere ferma la distinzione tra autonomia ordinaria e speciale inseguendo un processo di riduzione delle diversità.
Michele Ainis, costituzionalista (docente a Roma Tre) è anche editorialista del Corriere della Sera e dell’Espresso. Nel 2006 si era candidato alla Camera con la Rosa nel pugno. Siciliano, proveniente cioè da una regione a Statuto speciale, ritiene che le ragioni storiche che hanno portato alla nascita delle cinque Regione speciali «siano oggi venute decisamente meno». Per lui sarebbe il caso di esaminare «caso per caso», analizzando nel dettaglio le singole Regioni ed «entrando a rovistare nei loro armadi».
Professore, partiamo dall’origine. Quali sono i fondamenti costituzionali delle Regioni a Statuto speciale?
«La Costituzione elenca cinque Regioni a Statuto speciale e lo fa con l’articolo 116. Quel principio è rimasto fermo anche con la riforma del Titolo V del 2001».
E cosa prevedeva quest’ultima riforma?
«In sostanza una norma interessante che non ha avuto seguito secondo cui c’era la possibilità che ogni Regione aspirasse a diventare Speciale, ottenendo maggiori e più specifiche competenze».
Perché quella norma non ha avuto poi attuazione e le Regioni ordinarie non hanno allargato le loro competenze?
«Le ragioni furono diverse»?
A suo avviso quali furono quelle più importanti?
«Probabilmente lo Stato ha sempre una certa ritrosia quando si tratta di concedere ulteriori competenze alle Regioni. Ma anche queste ci hanno messo del loro per rendere inattuata la norma».
Vale a dire?
«Non possiamo dimenticare che in quegli anni le Regioni sono entrate nel mirino degli sprechi, dei disservizi, degli scandali. Insomma, se la sono un po’ giocata».
Regioni ordinarie e Regioni speciali. È diventato quasi un tormentone carsico, che riemerge con puntualità nel dibattito politico italiano.
«Personalmente sono e rimango dell’idea che bisogna valutare caso per caso».
Stiamo parlando delle Speciali, suppongo.
«Le cinque Regioni Speciali vennero istituite dalla Costituzione che attribuì loro competenze superiori rispetto alle ordinarie. Lo Statuto di cui ognuna si è dotata è una sorta di mini Costituzione della Regione».
Certo, e la loro istituzione ebbe ragioni storiche.
«Esatto. Alla Sicilia, ad esempio, venne riconosciuta la peculiarità dei moti indipendentisti. La concessione della Specialità fu allora una risposta per addormentare e sedare quelle possibili rivolte. In Sardegna c’erano analoghi problemi che andavano ad aggiungersi al fatto che, come la Sicilia, è un’isola».
Mi sta dicendo che l’insularità ha avuto un suo ruolo preciso?
«Sì, nella scelta delle Regioni Speciali si è tenuto conto anche di questa variabile per così dire geografica».
Parliamo allora delle tre Speciali del Nord, cui il Friuli Venezia Giulia appartiene...
«Erano e sono tre Regioni di confine dove erano presenti le minoranze linguistiche e quindi la conseguente rivendicazione della Specialità ebbe un certo peso».
Queste sono le ragioni storiche. Oggi, invece?
«Oggi se ad esempio guardiamo al Sud, notiamo che la Calabria è più povera della Sicilia, ha una presenza di malavita maggiore e una situazione socio-econmica complessivamente più difficile. Eppure non è Speciale, né si vuole farla diventare tale».
E sulla questione delle minoranze linguistiche cosa pensa?
«Che esistono figli e figliastri».
Fuori dalla metafora?
«Se prendiamo come esempio la minoranza linguistica del Trentino scopriamo che si tratta del gruppo più ricco e più favorito su scala mondiale. Chi tutela ad esempio la minoranza albanese che vive in Calabria?».
Quindi neppure il presupposto delle minoranze tiene?
«Sto dicendo che una delle ragioni storiche che hanno determinato la nascita delle Regioni Speciali mi pare sia venuta meno. Lo ripeto che esistono figli e figliastri. Senza contare che le minoranze si sono disperse e sono presenti in diverse regioni».
Avverto molto scetticismo sulle Speciali, o sbaglio?
«Sono per una valutazione caso per caso. Ma non nascondo che tutto sommato sarei per la loro abolizione anche se, da siciliano, dovre dire il contrario».
Che idea si è fatto della Specialità del Fvg?
«Non conosco a sufficienza la realtà della vostra regione. Non mi è facile formulare un giudizio».
Va detto però che le competenze attribuite alla nostra Regione si sono trasformate, come nel caso della sanità, in vere eccellenze da esportare.
«Non lo metto in dubbio. Ma resto fermo alla mia idea».
Che è quella?
«Di valutare caso per caso. Di entrare, per così dire, negli armadi di ciascuna Regione, rovistandoli. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di calibrare le competenze in base alle esigenze del territorio e rispetto alla capacità di “utilizzare” in maniera virtuosa».
Ritiene, dunque, che se l’istituzione delle Speciali dovesse essere sancita oggi sarebbe, dunque, anacronistica se non inutile?
«Sono dell’idea che la Specialità andrebbe generalizzata in modo tale da rendere ogni Regione speciale rispetto alle altre senza una distinzione netta».
Come finirà questa partita tra le ordinarie e le Speciali?
«Credo che le Regione Speciali non saranno toccate neppure questa volta dal disegno di legge targato Boschi. Il vero nodo è allora quello - come stabilì la commissione dei saggi che affrontò il nodo - di andare nella direzione di un processo di riduzione delle diversità ingistificate».
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