Giulio Giorello: «Il mio ateismo al servizio del dialogo con i credenti»

PORDENONE.
Giulio Giorello, nel parlare del suo
Senza Dio
, sottotitolato
Del buon uso dell’ateismo
, vuole mettere bene in chiaro che non intende fare dell’ateismo una nuova religione, ma soltanto cercare di ridare forza al dibattito tra credenti, atei e macerati dal dubbio su un problema che esiste dalla nascita dell’umanità. E gli agnostici? «Essere agnostico non mi basta, mi sembrerebbe di lavarmi le mani. Non posso pretendere di sapere, ma non rinuncio a cercare di sapere».


– Lei ha diviso il suo libro in cinque parti. Analizziamole in breve partendo dalla prima: contro l’idea di reverenza...

«Non ritengo che ogni rappresentante di qualsiasi religione abbia diritto di parola piú degli altri».


– Contro la rassegnazione...

«Non credo che il male sia un castigo meritato e che con il dolore si acquistino meriti».


– Rapporti scienza-religione...

«L’autorità religiosa non può ostacolare la ricerca scientifica. E come esempi su cui meditare porto quelli di Ipazia, di Galileo e, quella incredibilmente ancora attuale in certe frange soprattutto protestanti, di Darwin».


– Ateismo metodologico...

«Io vorrei una società che riduce e non aumenta le proibizioni nella sfera privata delle persone».


– Prove di esistenza...

«Non ne esistono e non ne possono esistere. Alcune sono veri capolavori di intelligenza, ma si reggono su premesse ancora piú aleatorie»


– Questo sforzo senza speranze di comprendere la verità interessa soltanto chi sa di non sapere?

«Interessa a chi è aperto e non crede di possedere tutte le verità. Il cardinal Martini diceva sempre che in ogni uomo si affrontano una parte credente con una non credente. Talvolta vince l’una, talvolta vince l’altra. Dobbiamo accettare questa realtà».


– Hans Jonas nel suo
Il concetto di Dio dopo Auschwitz ha confutato la convinzione di Rousseau che diceva che la bontà è l’unica caratteristica senza la quale una divinità non potrebbe esitere, ma non ha messo in dubbio l’esistenza. Per alcuni la fede può essere una specie di imprinting biologico o sociale?

«Di questo ha già parlato Darwin che diceva che, davanti alla sofferenza, nell’uomo è insito il desiderio di Dio. Quindi si potrebbe dire che la lentezza nella selezione naturale mantiene in vita alcune realtà anche quando non servono piú. Del resto bisogna anche ricordare che quando Freud scriveva L’avvenire di un’illusione, si riferiva alla religione. Sempre tenendo presente che le religioni diventano quello che i credenti fanno di quelle religioni».


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