Fidanzati uccisi, il giudice: un clima di omertà ha protetto Giosuè

PORDENONE. L’inchiesta sul duplice omicidio è stata un percorso a ostacoli. Non solo la sistematica e accurata attività di inquinamento delle prove messa in atto da Giosuè Ruotolo, con la complicità della sua fidanzata e di alcuni familiari, ha messo i bastoni fra le ruote ai pm. Ci sono stati anche i silenzi. In certi casi, durati mesi. Altri, forse, perdurano ancora.
La stessa ordinanza del gip, nel giustificare l’applicazione delle misure cautelari, fa riferimento, genericamente, a un ambiente omertoso e connivente che finora ha agevolato la condotta di Ruotolo. L’indagato ha cancellato e distrutto le tracce materiali che potevano far risalire gli inquirenti a lui e ha fornito alibi falsi, anche con l’aiuto, sottolinea il gip, di molteplici soggetti compiacenti, che a ciò si sono prestati.
Le uniche a infrangere il muro di omertà sono le tre amiche di Rosaria. Quelle che rischiano di più, visto che vivono a Somma Vesuviana, nello stesso paese di quelli che diventeranno i due indagati. Ai pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro raccontano tutto, senza alcuna omissione e subito, alla prima deposizione come persone informate sui fatti.
grazie al loro coraggio che l’inchiesta arriva alla svolta, con le prime schiarite sul movente del duplice omicidio. La scoperta del profilo Facebook è l’anno zero dell’inchiesta. Da quel punto il cerchio comincerà a stringersi sempre di più attorno a Ruotolo.
L’auspicio degli inquirenti è che qualche altro testimone possa farsi ancora avanti. Per esempio, solamente i due ex coinquilini di Ruotolo, Daniele Renna e Sergio Romano, parlano del litigio scoppiato fra Giosuè e Trifone, quando il caporal maggiore di Adelfia lo affronta, sospettandolo di essere l’anonimo stalker che su Facebook sta tormentando la sua fidanzata Teresa.
Eppure la discussione inizia alla caserma De Carli di Cordenons. Possibile che nessun altro se ne sia accorto? Dalle parole Trifone passa alle vie di fatto nel parcheggio del palazzetto dello sport. Il luogo dove sarà poi giustiziato, tre mesi dopo.
Di quell’incontro ravvicinato con Trifone Ruotolo porterà i segni nei giorni successivi: un polso dolorante, un labbro spaccato e un livido sullo zigomo. Un altro collega di lavoro, un commilitone. nota la ferita sul labbro del caporal maggiore di Somma Vesuviana. E lo riferisce agli inquirenti.
C’è un però. I due coinquilini di Ruotolo parlano della lite per la prima volta il 16 gennaio, quando i pm chiedono loro espressamente del profilo Facebook. In quei due colloqui separati, di tre ore ciascuno, affiora il quadro per nulla idilliaco dei rapporti fra Giosuè e Trifone.
I due commilitoni rivelano invece che Ruotolo era uscito di casa, la sera del delitto, quando vengono convocati in Procura il 23 settembre. Parlano, in questo caso, sei mesi dopo il delitto.
Pur evidenziando una connivenza iniziale da parte dei due commilitoni, il gip rileva tuttavia l’abilità dell’indagato nel tentare di manipolare e persuadere i testi essenziali. Ruotolo. Cerca di far sedimentare nelle loro menti ricordi della serata del 17 marzo a lui favorevoli e difformi dal reale, parlando delle partite che ha giocato online a League of Legend e sostenendo ripetutamente che quella sera «eravamo sempre stati tutti insieme».
Anche dopo che i pm mostrano a Renna e a Romano il fotogramma dell’Audi A3 di Ruotolo immortalata dalle telecamere di via Interna, come testimoniano le intercettazioni, Ruotolo mantiene i contatti con loro, assicura la sua buona fede e cerca di accreditare le false giustificazioni sul suo allontanamento da casa.
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