Ex Popolari venete, i timori dei soci: così rischiamo di non vedere un euro

UDINE. I beffati delle banche venete vogliono incontrare il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ieri, a margine del congresso organizzato dall’associazione Consumatori attivi, è iniziata la raccolta firme – già oltre 300 le sottoscrizioni, vale a dire tutti i presenti che hanno affollato la sala della Camera di commercio – che punta direttamente a via XX Settembre.
La misura è ormai colma e il decreto attuativo (che detta le regole per accedere al Fir, il Fondo indennizzo risparmiatori) scontenta tutti. Per di più la sua pubblicazione, prevista la scorsa settimana, è slittata. E ora il timore è che l’intera vicenda si areni, per finire nel dimenticatoio. Niente di più lontano dalle volontà dei risparmiatori, che ieri sono accorsi in massa alla chiamata di Consumatori attivi.
Presenti anche le associazioni Movimento risparmiatori traditi, Ezzelino da Onara e Associazione per Veneto Banca; tutti insieme saranno ricevuti martedì dal Consiglio regionale del Veneto, affinché anche la Regione si faccia portavoce delle loro istanze.
Ma in sala Valduga hanno parlato i beffati. Il comandamento è «non arretrare di un passo», anche perché nessuno ha comprato azioni dopo il 2017 (spartiacque che fa la differenza fra risparmiatori e speculatori, che avrebbero diritto in egual misura al rimborso governativo). Di più, perché le azioni erano state acquistate prima del 2015 e tantissimi avevano chiesto alle Popolari venete la vendita delle azioni che però non è mai stata eseguita.
IL CRAC DELLA BANCA POPOLARE DI VICENZA
«E allora di chi erano le azioni vendute agli speculatori? Siamo forse stati scavalcati?», hanno chiesto provocatoriamente i truffati. Dal canto proprio è stata la presidente di Consumatori Attivi, Barbara Puschiasis, a tirare le fila della mattinata di lavori: «Tutti hanno condiviso che la domanda è troppo complessa – ha spiegato –: l’onere probatorio richiesto al risparmiatore è troppo complicato con pretese su documenti che tanti risparmiatori non hanno più, essendo passati anche vent’anni. Inoltre, il calcolo dell’indennizzo non può essere accettato così come previsto per chi ha acquistato le azioni tanto tempo fa, bisogna considerare la rivalutazione monetaria e gli interessi legali».
Un altro punto fermo è il no agli indennizzi per quanti hanno acquistato le azioni dopo la messa in liquidazione delle banche venete, appunto i cosiddetti speculatori. «Abbiamo avviato una raccolta di firme per mandare un documento condiviso da tutti i risparmiatori al Mef che sostenga le osservazioni che avevamo segnalato come cabina di regia – ha detto Puschiasis –. Una delle richieste è anche quella di fare presto: intanto partiamo con quello che è stato messo in questo fondo e, nel mentre, il Mef potrebbe intervenire per recepire le istanze condivise con tutti».
Le critiche ricadono sul concetto di “truffa oggettiva di massa” che, per la sua novità, comporta importanti difficoltà applicative, ma anche sull’onere della prova, lasciato interamente a carico dei risparmiatori (mentre i proclami iniziali parlavano di una domanda facile da compilare che tutti avrebbero potuto presentare in autonomia). C’è poi il nodo di quello che era un acconto del 30% e nella nuova versione diventa invece il saldo finale. Dubbi anche sui tempi e sulla mancata risposta all’Ue che aveva sollevato perplessità sull’intera operazione, assimilabile a un aiuto di Stato. Ma associazioni e risparmiatori sono rimasti sgomenti davanti alla possibilità per gli speculatori di accedere al rimborso.
«L’articolo 3 della bozza di decreto attuativo prevede che possano chiedere l’indennizzo al fondo i risparmiatori, i successori mortis causa e gli aventi causa – ha spiegato Puschiasis –. Gli aventi causa sono coloro che hanno acquisito dai “risparmiatori” la proprietà degli strumenti finanziari delle banche in liquidazione dopo il provvedimento di messa in liquidazione».
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