Dal Friuli a New York per ballare la “modern” e battere i pregiudizi

Qualcuno, oltreoceano, stupito per il colore della sua pelle e per il suo inglese maccheronico con forte accento italiano, le ripeteva: «Non ci sono neri in Italia!». Lei, con il sorriso aperto e bianchissimo, pronta per l’ennesima audizione, replicava: «E io cosa sarei?». Lidia Carew, 25 anni di Palmanova, mamma di origini napoletane e papà nigeriano, balla da quando aveva 7 anni. Lo faceva ovunque, a casa, nel posto di lavoro della mamma, alla scuola di danza, in Accademia a Milano. Una passione incontenibile, frenata però da un’etichetta che in molti le appiccicavano addosso: l’essere nera. Un pregiudizio che faceva male, ma che dopo un volo a New York si è trasformato in un privilegio.
Danza come forma di espressione di sé, come modo di trasmettere emozioni e parole. La sua pelle, però, le ha creato qualche problema. «Non mi sono mai sentita trattata da italiana. Un’ingiustizia che mi bloccava e che abbassava il livello delle mie esibizioni – spiega Lidia –. Certi sguardi mi facevano sentire inadeguata» continua.
Serviva una spinta che le desse una forza nuova per cambiare quelle sensazioni. Una sera, al teatro Arcimboldi di Milano, Lidia assiste allo spettacolo dell’Alvin Ailey dance company, una compagnia di modern-dance composta quasi esclusivamente da neri, famosa in tutto il mondo. «Nei loro occhi c’era uno sguardo fiero, sicuro. Mi avevano conquistato» ricorda. Così si documenta. Voleva arrivare lì, ballare con quel senso di leggerezza determinata che le mancava e che le avrebbe permesso di essere riconosciuta come italiana, indipendentemente dal colore della pelle. Un biglietto per New York, l’audizione all’Accademia della compagnia era lì ad attenderla. «Un’emozione indimenticabile – confessa Lidia –. Ero sola, in una città sconosciuta ed enorme, per una delle occasioni più grandi della mia vita». Il fisico scolpito da anni di allenamenti e i movimenti definiti lasciano a bocca aperta i giudici. La sua esibizione convince. Dall’altra parte del mondo, il suo essere italiana e nera non è un problema. «Erano increduli davanti a me, una ragazza di colore che parlava italiano. Per loro avevo qualcosa di positivo che mi distingueva» racconta.
La sua quotidianità è stravolta. Ogni giorno lezioni di danza in Accademia, lavoretti extra per guadagnarsi da vivere, nuove amicizie. I successi, dopo mille sacrifici, sono arrivati come ballerina e non solo. Il curriculum di Lidia si riempie di esperienze, come modella (per il reality TV show Skin Wars o per la linea di vestiti di Shamar Moore) e attrice (nella serie Real Housewives of New York), senza contare la partecipazione a video musicali di Alicia Keys e Pharrell Williams. E anche in Italia, il Paese che l’ha fatta “scappare”, la ballerina ha cominciato a togliersi qualche soddisfazione. Prima nello show “Resto Umile” di Checco Zalone, poi nel corpo di ballo di Zelig, oggi con lo spettacolo “Around”, il primo che racconta una storia di integrazione attraverso la danza. «L’inconveniente di essere nera non mi permetteva di godermi la “Dolce Vita”. Oggi credo di essermi fatta le ossa… penso di meritarmelo». E cosa risponde a chi ancora la guarda male per il colore della pelle? «Nulla, dimostro con quello che faccio che sono meglio di quello che loro pensano – afferma convinta –. Mi piacerebbe essere una figura di riferimento, per chi vive e combatte questi pregiudizi».
Impegnata fino ad aprile nei teatri con il gruppo multietnico Mnai’s, Lidia dovrà valutare il suo futuro. «Ho fame di migliorarmi, amo il mondo dello spettacolo a 360 gradi. Sicuramente mi dividerò tra Italia e America». Sogni nel cassetto? «Un video con Missy Elliot e un film che racconti la mia storia».
Margherita Terasso
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