Terremoto, il confronto tra Friuli e Giappone visto da un udinese: «Qui la prevenzione si fa già a scuola»
Flavio Parisi, presidente del Fogolâr di Tokyo, mette a confronto la gestione dei l’Orcolat e un fenomeno che sembra quasi normale in Sol Levante: «A Tokyo tutto è pensato in anticipo, in Italia l'approccio è ancora troppo fatalista»

L’orco, un “orcaccio”, e il pesce, anzi, pesce gatto. Celati nel sottosuolo, tengono in allerta due popoli, terre lontane. Vicine per tradizione, folklore: l’uno, in Friuli, dorme, riposa fra picchi e declivi carnici; l’altro, in Giappone, giace sepolto nel fango, bloccato da un masso. O meglio, tenuto a bada: un suo movimento, infatti, e la terra trema. Namazu il nome del grande pesce la cui mitologia si intreccia alle origini, non così distanti, dell’Orcolat, la creatura che, agitandosi, nel ’76 mise il Friuli in ginocchio.
A 50 anni da quel tragico evento, il passato si desta, la memoria ritorna cronaca, attualità. Anche a migliaia di chilometri di distanza: in Giappone, per l’appunto, terra ad altissimo rischio sismico, sensibile all’argomento in quanto posta alla congiunzione fra ben quattro placche tettoniche (eurasiatica, nordamericana, filippina e pacifica). Ne parliamo con Flavio Parisi, friulano trapiantato nel Paese del Sol Levante. Nato a Udine, dal 2004 risiede a Tokyo, metropoli nella quale, oltre a presiedere il locale Fogolâr furlan, insegna dizione e lingua italiana ai cantanti d’opera. Classe 1978, lui il terremoto, l’Orcolat, l’ha vissuto solo di rimando, fra racconti ed echi di ricostruzione. Ma in Giappone lo ha provato, più volte, sulla propria pelle.
Qual è la situazione in Giappone nella gestione dei terremoti?
«Qui, alla base c’è una cultura della prevenzione che coinvolge ogni elemento della città, strutturale ma anche umano, bambini inclusi. In Italia è ancora tutto molto fatalistico: spesso si attende che la calamità prima o poi arrivi».
Lei è del 1978, quindi il terremoto in Friuli lo ha provato soltanto attraverso i racconti dei suoi genitori?
«All’epoca la mia famiglia viveva a Udine, per cui non si trovò ad affrontare grossi problemi. I ricordi di chi ha vissuto quella tragedia ovviamente mi sono stati tramandati, anche se soltanto una volta arrivato in Giappone ho davvero capito la forza di un terremoto. E quanta differenza faccia trovarsi o meno a breve distanza dall’epicentro. Qui bastano pochi chilometri e passi da una bolla di disastro a una situazione di tranquillità. È tutto fissato al suolo. Pali, arredo urbano: tutto. E, quando c’è una scossa, la gente sa cosa deve fare. Saltano i mezzi? Va a piedi, camminando anche per ore e ore prima di rientrare a casa».
Insomma, ci si arrangia...
«I giapponesi fanno da sé, come si rimboccarono le mani i friulani nel ’76. E in questo vedo un lato in comune fra i due popoli. Tra genti così distanti eppure, per forza d’animo – ma anche pudore, riservatezza –, così vicine. Ma sulla prevenzione siamo su due pianeti completamente diversi».
Ci può fare un esempio concreto?
«Certamente. Tokyo, ma anche le altre città, sono organizzate come se fossero delle navi. Sono costituite da un blocco unico, tutto è imbullonato. Prendiamo i cartelli della pubblicità. Le lastre sono di alluminio leggerissimo, perché metti caso che si stacchi, il che non è inverosimile, non fa danni. Le condizioni di sicurezza sono pensate in anticipo. Le mie figlie, quando sono entrate alle elementari, avevano già fatto cinque o sei esercitazioni per le emergenze. E già sapevano esattamente cosa fare: uscire dalla scuola con calma, non parlare».
È la calma, anche per gli adulti, a fare la differenza?
«L’importante è non fare andare la gente nel panico. In Giappone è molto difficile che succeda. Il terremoto del Tohoku del 2011, qui, ha segnato un punto di svolta. Di magnitudo 9.1, è stato il sisma più potente mai registrato nel Paese».
Come ha reagito la popolazione della capitale nei giorni seguenti?
«Di solito i giapponesi, e specialmente gli abitanti di Tokyo, sono freddi, distaccati, ma in quell’occasione sono entrati in modalità assistenziale, lasciando perdere i costrutti sociali. Quando c’è un problema naturale, ad avere la priorità è l’appartenenza al genere umano».
Atteggiamento, questo, che sempre ritorna al cospetto di una natura che, dalle sue parti, sa dimostrarsi tutt’altro che accogliente, sebbene pur sempre di natura si parli. Non trova?
«Lo stesso pesce gatto della leggenda è un animale che esiste davvero, è qualcosa di naturale. I giapponesi si sentono parte di questa natura selvaggia e accettano di più alcune cose. Non c’è quindi l’idea dell’Orcolat, del mostro, della punizione».
Ma come si convive con una realtà del genere?
«Mi diverto a fare il sommelier, azzardando la magnitudo delle scosse (ride ndr)».
Lei è anche scrittore, non è vero?
«Sì, ho cominciato tempo fa e continuo a farlo. Mi piace. La mia ultima fatica si chiama “Tokyo è una grande cucina” ed è disponibile anche in Friuli». —
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