Crede di chattare con una donna e si spoglia, poi gli chiedono soldi per cancellare il video
Un diciannovenne in vacanza a Tarvisio non ha ceduto al tentativo di estorsione e ha sporto denuncia ai carabinieri: condannato un cittadino ivoriano a 1 anno e 8 mesi

Ha cercato compagnia sui social network ma è incappato in una disavventura a sfondo sessuale che l’ha portato a subire una tentata estorsione. La vittima, diciannovenne, si trovava in vacanza a Tarvisio nell’estate del 2023 quando è stato adescato via Instagram e via Telegram.
Nonostante si fosse fatto riprendere in un video senza vestiti, non ha ceduto alla richiesta di denaro arrivata per evitare di veder diffusi online i contenuti della chat, e ha denunciato l’accaduto ai carabinieri della stazione di Tarvisio.
Nella mattinata di mercoledì 12 febbraio è arrivata la sentenza da parte del giudice del tribunale di Udine, Emanuele Lazzaro. L’unico imputato, Mamadou Diomande, cittadino ivoriano di quarant’anni, difeso dall’avvocato Alessia Buffon, è stato condannato a 1 anno e 8 mesi di reclusione (senza sospensione condizionale della pena) e al pagamento di una multa di 400 euro.
L’accusa, nei suoi confronti, era di tentata estorsione, messa in atto attraverso «atti diretti in modo inequivoco – come riportato dal capo di imputazione – a procurarsi ingiusto profitto, con pari danno per la persona offesa, senza riuscire nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà».
Da quanto ricostruito dal pubblico ministero, la vittima, nella notte tra il 5 e il 6 luglio 2023, mentre si trovava alloggiata in una struttura di Tarvisio, prima intratteneva una conversazione sulla chat di Instagram con l’utente “Serena Giulia”, poi accettava di avviare una videochiamata con la stessa utente su Telegram, durante la quale veniva convinto a spogliarsi, senza sapere, però, di essere registrato.
La chiamata si interrompeva bruscamente e poco dopo il diciannovenne riceveva un messaggio da un numero di telefono risultato intestato a un cittadino pakistano (irreperibile) con la richiesta di versare 5 mila euro per evitare che il video venisse diffuso.
Incassato il rifiuto della vittima, arrivava un’ulteriore richiesta di denaro, questa volta di 300 euro, con il numero di una carta Postepay su cui caricare l’importo.
Titolare della carta risultava essere l’imputato Diomande, con la Postepay che veniva poi ritrovata nella sua abitazione in seguito a una perquisizione. Nei confronti del cittadino ivoriano è quindi scattato il rinvio a giudizio che, come già annunciato, ha portato alla condanna di primo grado.
L’avvocato Buffon ha già annunciato l’intenzione di voler ricorrere in appello. A suo dire, infatti, Diomande, sarebbe «estraneo all’estorsione», “inchiodato” da qualcuno che conosceva il numero della sua carta Postepay: «Il mio cliente è stato incastrato – ha detto l’avvocato – ha effettuato delle operazioni online con quella carta ed evidentemente i suoi dati sono stati sottratti a sua insaputa».
Una linea difensiva che non è bastata, però, a convincere il giudice e a far evitare all’imputato una condanna a quasi due anni di reclusione.
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