«Cecotti ha tradito il cambiamento»

Paolo Molinaro: sono di centro-destra, ma Fi ha mortificato molti sogni
Paolo Molinaro, 61 anni, sposato un figlio, decano della pubblicità e del marketing del Nord Est. Dal '75 a capo dell'Aipem, organizzazione di professionisti della comunicazione con 36 addetti e un fatturato di circa 2 milioni e 400mila euro. Da oltre 20 anni a ogni elezione viene interpellato da partiti e candidati (esordio con il compianto Candolini). Di recente ha seguito le elezioni del cav. Melzi, di Strassoldo e del sindaco di Trieste, Dipiazza. Nell'autunno del '93 fu chiamato da Silvio Berlusconi per lanciare il movimento di Fi in Friuli. È stato parlamentare della XII legislatura (fu il più votato). I collaboratori lo definiscono un gentiluomo. Mai sopra le righe, stakanovista per scelta (lavora anche il sabato), si concede alcune pause dal lavoro per il golf, sua grande passione come la pastasciutta quotidiana.


Si parla di innovazione, ma lei è stato sicuramente un antesignano del marketing.

«Nel 1975 parlare di marketing era come parlare di staminali adesso».


L'idea com'è arrivata?

«La molla è scattata quando ho visto un'affissione pubblicitaria».


Qual era?

«Chi non vespa non mangia la mela. Fu una folgorazione sulla via di Damasco. Leggi: chi non usa la vespa non commette peccati, non ha una sua Eva simbolica, non evade dai perimetri dell'ipotetico paradiso terrestre. Non è un caso se il marchio di Aipem (Agenzia italiana pubblicità e marketing) sia la mela».


La mela come seduzione nel marketing?

«La mela come promozione (fu il primo “oggetto” promozionale nella storia dell'uomo), seduzione, appunto, ma anche simbolo di benessere fisico».


Di che cosa si occupava all'inizio?

«Di creatività e dei primordi del marketing».


Che all'epoca erano?

«Dare forma coerente, accattivante e credibile a concetti finalizzati alla vendita di prodotti o servizi».


Quando la politica bussò e chi fu il primo candidato a proporsi?

«Sì, è stata la politica a cercarmi. Fui chiamato nei primi anni '80 dall'allora sindaco Candolini che mi volle autore, per la sua campagna elettorale, del manifesto».


Fu un successo?

«Sì. E da allora i politici fecero la fila. Subito dopo arrivò Zanfagnini, e poi ancora Vespasiano, Gianni Bravo, Vladimir Meciar leader di Forza Slovacchia che vinse e divenne poi premier e tanti, tanti altri. Nel '92, per una serie di coincidenze causali, fui convocato a Roma al Ministero della Difesa da Clemente Mastella».


Cosa voleva da lei?

«Mi chiese di studiare l'immagine per la campagna elettorale del '92. In una settimana misi in piedi tutto l'ambaradan. Naturalmente fu rieletto».


Naturalmente nel senso di scontato perché lo seguiva lei?

«Nella comunicazione politica debbo constatare che ho avuto soltanto successi».



Siamo nel '92, ma nel '94 lei diventa deputato di Forza Italia. Chi la scelse e perchè?

«La struttura di Fi è partita tramite Pubblitalia. Dell'Utri convocò ad Arcore alcune persone che aveva conosciuto e riteneva adeguate. Eravamo nel settembre-ottobre '93 per presentare nome, logo e progetto di Forza Italia. Tutto pareva finalizzato per sostenere Segni. Poi accadde quello che accadde. E a Berlusconi servivano 400 persone provenienti dal mondo imprenditoriale».


Per quanto tempo rimase a Roma come parlamentare?

«Due anni, poi con il “salto” di Bossi e la caduta del governo ci furono le elezioni anticipate. Mi resi disponibile quando compresi che il progetto m'interessava, purché circoscritto nel tempo. Poi, nel '96, ci fu la corsa per avere un posto in lista. Restai alla finestra anche perché i miei rapporti con il movimento non erano dei migliori. Ebbi diversi dissidi con il gen. Calligaris, pure lui tra i fondatori di Fi. Così scrissi a Berlusconi, non confermandogli la mia disponibilità alla ricandidatura».


Lei, dice, rimase affascinato dal progetto di Berlusconi. E adesso qual è il suo giudizio?

«Le cose che mi affascinano mi trovano sempre pronto. Ma deve scattare la vera molla perchè la visibilità fine a se stessa non mi interessa».


Cosa pensa dell'attuale Forza Italia?

«Poco è rimasto del progetto originale. È tornato a pieno titolo il teatrino della politica. Il sogno e la speranza di rappresentare un vero cambiamento vengono spesso mortificati».


È tornato il teatrino, dunque. Gli attori come sono?

«Da avanspettacolo...».


In che senso, scusi, anche perché detto da uno che lavora con i politici...

«Nel senso che non vedo alcuno capace di rappresentare un'alternativa, un'innovazione, una lusinga politica per la società attuale».


Come ricorda Candolini?

«Le sue capacità erano uniche. Era il sindaco della gente».


Cecotti?

«Non è il sindaco della gente, è intenso, filosofo. E pensatore. Ma con otto anni a disposizione non ha saputo interpretare il cambiamento della città e del ruolo dell'economia cittadina».


Voto?

«Insufficiente».


Cosa serve a Udine per cambiare pagina, allora?

«Udine è come un'azienda che propone un prodotto superato dai tempi».


Fuori da metafora...?

«Mi vengono in mente le lamette da barba. Tra i tanti marchi di ieri e di oggi, Gillette è ancora leader perché dalla semplice lametta è passata a 3 lame prima e alle 5 di oggi».


Qual è la “lametta” di Udine?

«Un tempo era l'attività emporiale, per udinesi, friulani austriaci e sloveni. Adesso questa vocazione non c'è più. Se si vuole che il terziario riviva, bisogna passare al terziario a 5 lame».


Me lo spiega?
«Investire nei vari rivoli culturali: cultura dell'arte, dell'ospitalità, dell'enogastronomia dell'economia etica, della qualità totale visto che il periodo del manifatturiero è finito».


La interrompo: davvero economia ed etica possono fare rima?

«L'America insegna. Dove non c'è economia che non sia abbinata ai bilanci valoriali».


Ma dove la forbice tra chi ha moltissimo e chi poco si sta allargando.

«La società non pone limiti e tutti possono ottenere di più. É una questione di scelte. E oggi vivere con uno stipendio fisso significa rischiare progressivamente l'insufficienza economica».


Un giudizio sul rapporto tra politica e affari?

«Se fondato su principi di trasparenza è una convivenza obbligata e complementare. Del resto, le scelte delle Finanziarie del pubblico incidono fortemente sull'economia».


E non ci sarebbe necessità di maggiore trasparenza?

«C'è bisogno di codici dove legalità e trasparenza siano garantite. L'intervento della magistratura sulle gare è sinonimo di regole non chiare e di comportamenti non corretti».


Torniamo a Udine. Ripartire dall'emporiale, anzi dal terziario. Ma con chi?

«Innanzitutto con le idee e il supporto di persone e amministratori che siano friulani nei princìpi e macchiavellici nell'operare e nel relazionarsi con i vari gruppi di portatori di interesse».


Udine città dell'innovazione?

«Potrebbe essere una delle strade maestre per la nostra futura economia».


Ma non c'è il pericolo che il progetto sull'Innovazione possa bloccarsi con il dopo-Illy?

«Sì, dopo Illy sarebbe facile immaginare uno stop al progetto. Un danno per gli investimenti effettuati e, quello peggiore, per l'opportunità mancata dal sistema economico regionale».


Illy e Cecotti: chi getterebbe dalla rupe?

«Per non aver saputo capitalizzare il lungo periodo di amministrazione, Cecotti».


Illy promosso, dunque?

«Il giudizio rimane sospeso, perchè c'è da portare a compimento le riforme, quella elettorale in primis, e prendere decisioni sulle infrastrutture».


Si definisce un elettore della Cdl?

«Sì»!


E quali critiche muove al centro-destra cittadino?

«Poca sostanza, scarsa progettualità. Se così non fosse non sarebbe all'opposizione a Udine da 12 anni».


Farà campagna elettorale per i candidati?

«Professionalmente non ho motivo di escluderlo».

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