Addio a Stellio Cernecca, docente di matematica per migliaia di friulani

Aveva 90 anni ed era malato da tempo: domani i funerali. Per cinque lustri aveva insegnato al liceo classico Stellini

UDINE. Severo sì. Mai burbero. E tanto abile da essere capace di far amare la matematica persino agli studenti del liceo classico. È morto martedì mattina, a 90 anni, il professor Stellio Cernecca, storico docente di matematica della sezione B del liceo Stellini, dove ha insegnato per oltre venticinque anni, dagli anni Settanta al 1995, anno della meritata pensione. I funerali domani alle 15.30, nella chiesa del cimitero di San Vito.

Lascia i figli Bruna (pure lei docente), Mario e Luigi, nati dalla relazione con l’amata Gianna Comessatti, mancata nell’estate di due anni fa, anche lei insegnante di matematica e fisica allo Stellini. Galeotta fu la lavagna, visto che i due si conobbero e cementarono il loro rapporto proprio tra i corridoi dell’istituto scolastico udinese.

Cernecca aveva perso il papà (anche lui professore: istriano, si era trasferito a Vienna da giovane) ad appena 4 anni: la mamma, austriaca, s’impegnò per garantire ai figli un’esistenza degna e una formazione solida.

Il giovane Stellio si diplomò brillantemente al Marinoni. Poi, determinato a iscriversi a Matematica all’Università di Trieste, prese pure il diploma di liceo scientifico da privatista.

Ancor prima di conseguire la laurea, anche per pagarsi gli studi, iniziò con le supplenze: le serali al Ceconi, le lezioni private ai liceali “deboli” nelle materie scientifiche.

E quindi, dopo l’alloro, le prime cattedre: una parentesi al Malignani, prima del Percoto (negli anni Sessanta) e dello Stellini, dove ha insegnato dai primi anni Settanta fino a metà degli anni Novanta, ininterrottamente. Sotto il severo ticchettio della sua penna rossa sono passati i compiti di tre generazioni di stelliniani, ai quali il professor Cernecca si rivolgeva spesso anche con nomignoli affettuosi come «bambin», «ninin», senza mai per questo valicare la linea invisibile del rispetto reciproco dei ruoli.

«Era un docente esigente, ma sempre con il sorriso sulle labbra – ricorda il figlio Mario –. Non regalava mai il voto, e prima di concedere una sufficienza parecchi studenti sono passati faticando dal 5 più più all’agognato 6 meno meno».

Una passione, quella per i numeri, che sapeva trasmettere benissimo, tant’è che non si contano gli studenti del classico che, al momento della scelta della facoltà, hanno virato verso le materie scientifiche. Un uomo di grandissima cultura, d’altri tempi verrebbe da scrivere: appassionato di scienza a trecentosessanta gradi, era innamorato follemente dell’arte e della musica, in particolare di quella classica, di cui studiava maniacalmente anche gli spartiti. E poi la montagna, altro grande amore: nel corso della sua esistenza ha scalato più volte Montasio, Coglians, Canin.

Negli ultimi anni la malattia ha fiaccato il corpo, ma non lo spirito: «Sempre ironico, nonostante il malanno ha continuato a informarsi, a guardare i telegiornali e commentare con la consueta equidistanza anche le vicende politiche nazionali», ricorda il figlio.

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