Morì dopo l’intervento, causa ai medici

PORDENONE. «Inadeguato trattamento sanitario e farmacologico, complicanze sottostimate che hanno ritardato il trasferimento in una struttura specialistica». Con queste motivazioni il figlio di un paziente, unico erede, chiede all’Azienda ospedaliera un maxirisarcimento di 980 mila euro. L’uomo si è appoggiato all’avvocato Anna Luisa Vignoni Mengarelli per promuovere una causa risarcitoria la cui prima udienza è fissata a giugno davanti al giudice civile.
Il procedimento penale che si era aperto all’indomani del decesso del paziente si era chiuso con un decreto di archiviazione per tutti i medici a suo tempo indagati. «L’operato dell’ospedale è stato corretto», è la motivazione.
Il figlio della vittima parla di «inadeguato trattamento sanitario da parte dei sanitari», come si legge nell’atto di citazione. I medici «sottostimarono le complicanze di un intervento chirurgico, praticando un inadeguato trattamento farmacologico e ritardando il necessario trasferimento in un centro di eccellenza».
Tali opere avrebbero «condizionato il decorso post operatorio aumentandone la durata e compromettendo le chance di sopravvivenza, così da arrivare alla morte del paziente». Il figlio chiede un risarcimento di 980 mila euro.
Dal canto suo l’Azienda ospedaliera replica che «l’operato dei medici è stato corretto», lo testimonia anche la consulenza della procura, e la quantificazione dei danni «sembra eccessiva». Per importi oltre i 500 mila euro, l’ospedale si affida alla AmTrust, che ha dato mandato agli avvocati Lorenzo Locatelli, del foro di Padova, e Aurelia Barna, di Pordenone, di resistere in giudizio.
Un altro paziente, infine, con l’avvocato Francesco Fortunato, chiede un risarcimento di 94 mila euro allo stesso ospedale perché non gli sarebbe stata diagnosticata una patologia, nonostante si fosse sottoposto a una serie di trattamenti tra il 2003 e il 2005, e ciò avrebbe comportato un ritardo per un successivo intervento chirurgico volto a risolverla. Per l’ospedale, però, «la patologia era stata correttamente diagnosticata e la decisione di rinviare l’intervento era stata prospettata e assunta col paziente».
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