Augias, Brindisi riapre i capitoli oscuri d’Italia

GORIZIA. Non ci pensa un secondo. Augias mette in pausa la prima domanda e col cuore scende giú, fino a Brindisi, da poche ore in lutto per la morte di una sedicenne, vittima dell’attentato all’Istituto Falcone Morvillo. «Follia. Un’autentica follia. L’ennesima sfida allo Stato oppure un pazzo isolato, chissà. Ho il terrore soltanto d’immaginare il riaprirsi degli oscuri capitoli di un trentennio fa». Si percepisce chiaramente che è l’uomo a prevalere sullo storico. «Avrei preferito aprire il convegno senza questo cielo plumbeo sopra di noi».
La momentanea uscita dal suo quotidiano recinto mediatico de Le storie. Un diario italiano (Raitre) ha un’illuminata giustificazione: Corrado Augias è il vincitore della quarta edizione del premio FriulAdria Il romanzo della storia, momento cardine del festival goriziano.
Sottobraccio l’intellettuale sostiene l’ultimo nato della sua collezione libraria, Il disagio della libertà (Rizzoli), uno scavo nelle consuetudini di un popolo con una scarsa propensione alla libertà, «tanto da avervi più volte rinunciato nel corso dei tempi senza eccessive preoccupazioni». Parte di quel popolo lo ha accolto in massa nel tardo pomeriggio per la cerimonia seguita da una riflessione. «Quanto devo parlare?», s’informa in mattinata. «Basta un quarto d’ora, no?...».
Non bastavano, invece, le sedie in Tenda Erodoto – zuffe per godere della vista palco –, tant’è che il consigliere regionale Valenti ha promesso, nel 2013, il teatro Verdi. E mentre Giovanni Lessio, in rappresentanza di FriulAdria, sta consegnando al vincitore il Tallero di Maria Teresa, appare sui monitor di fine palco il faccione del Berlusca. La sala esplode in un fischio collettivo. Provocazione o errore? Mah.
Augias ammorbidisce con un «il chiasso è salutare» e attacca la sua riflessione su La speranza e l’attesa della libertà, non prima di aver ascoltato le motivazioni del premio dalla voce di Alberto Garlini.
Un salto indietro. All’approccio storico (ma a lui il termine non piace proprio, «meglio avvicinarsi»). Nel senso: con quali strumenti? «La conoscenza è sempre approssimativa. Nessuno sa davvero com’è andata. E mi riferisco allo studioso, figuriamoci il profano. Ci si orienta usando le preziose fonti letterarie. Adoro leggere gli eventi del passato filtrati dalla letteratura. E non crediate che i potenti della Terra al summit di Chicago sappiano più di noi. Gli avvenimenti si muoveranno per conto loro, come hanno sempre fatto».
Augias sosta accanto a una delle tante insegne Profeti, il fil rouge dell’ottavo capitolo di èStoria. La domanda si srotola da sola. «È immediato il collegamento con la Bibbia, un’interpretazione molto libera e osservata da svariate angolazioni. C’è una base di libertà nelle caotiche voci delle profezie. Impossibile ipotizzare di raggiungere la verità, dunque, ci si deve accontentare delle atmosfere che la storia genera: il romanzo degli eventi umani».
C’è una costante comportamentale fissa, dall’uomo peloso delle caverne a quello più raffinato del Terzo Millennio. «Una linea diciamo monotona con molte variabili. A muovere Cesare, Napoleone e Obama sono stati e sono gli stessi stimoli, le stesse identiche ragioni. E insisto: l’arte, sia questa poesia, pittura o narrazione, è l’unica a poter aggiungere palpiti nuovi al già detto, conosciuto e digerito».
Bene. È tempo di sfogliare Il disagio della libertà. E se un big bang esiste in qualunque creazione, per questa si è rivelato determinante un principio: «Perché mai in Italia non è mai stato firmato alcun trattato che avesse come soggetto la libertà? Mai. Sfido chiunque a smentire. Un’intuizione che ha avuto lo stesso . effetto del diapason, proiettandomi di fatto verso l’armonico desiderio di scrivere qualche riflessione». Augias individua uno start ben preciso: novant’anni italiani, dal 1922 al 2011 segnati da due ventenni incisivi, l’uno fascista e l’altro berlusconiano.
Un parallelismo azzardato? «Certamente i due non si assomigliano. Paradossalmente Mussolini voleva migliorare il Paese e plasmare gente gagliarda, Berlusconi si è invece posizionato sotto il livello medio basso. Entrambi con lo stesso disprezzo del sistema. Questo per certificare un concetto. Gli italiani hanno scelto di farsi governare da uomini con una dichiarata vocazione autoritaria. Evidentemente siamo una stirpe incline all’arbitrio, ma nemica della libertà».
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