L'anno nero delle case di riposo: cinquecento morti di Covid, migliaia di contagiati e posti letto vuoti

✉️ Al Messaggero Veneto abbiamo una newsletter per fare il punto ogni settimana sul Covid. Iscriviti qui, è gratis
UDINE. Se ne sono andati senza poter stringere la mano di un parente, travolti da un virus che colpisce soprattutto le persone più fragili. Oltre 500 ospiti delle case di riposo hanno dovuto arrendersi al Sars-CoV2 che ne ha contagiati altri duemila.
Le conseguenze gestionali sono sotto gli occhi di tutti: il numero dei pazienti si assottiglia di giorno in giorno e i bilanci stentano a quadrare nonostante gli aumenti delle rette. Nelle case di riposo del Friuli Venezia Giulia si contano almeno 500 morti di Covid e centinaia di posti letto vuoti. Il monitoraggio della task-force regionale rivela che hanno contratto il virus 2.500 degli 8.500 ospiti e purtroppo il dato è sicuramente in difetto. Il turnover è venuto meno e il sistema rischia l’implosione.
Federsanità non esita a definire «gravissime» le difficoltà del sistema. Difficoltà note alla Regione che ha già stanziato 11 milioni di euro per coprire i costi Covid sostenuti dalle singole realtà e chiesto a ognuna di loro di stimare le perdite che, in alcuni casi, hanno messo in crisi i bilancio di previsione 2021.

La scadenza per la presentazione dei report è scaduta lo scorso 31 gennaio e lo staff dell’assessore alla Salute, Riccardo Riccardi, sta facendo i conti, mentre i vertici di diverse Aziende per i servizi alla persona (Asp) e case di riposo pubbliche hanno già ritoccato le rette: quando va bene, come alla Quiete di Udine, viene applicato il solo aggiornamento Istat (0,50 centesimi al giorno), nei casi più gravi il rincaro raggiunge anche di due euro al giorno. Significa che in un anno una famiglia deve tirar fuori 730 euro in più.
La situazione
Il Covid ha ridotto il numero degli ospiti e tagliato le liste d’attesa. Ma tutto questo sarebbe ancora il meno se non fosse che il costo medio di un posto letto vuoto si aggira intorno ai 35 mila euro l’anno. Basta avere 10 posti vuoti per veder incrementare i costi di 350 mila euro. La Regione riuscirà a coprire tutti i posti vacanti? È questa la domanda che rimbalza da un’azienda all’altra sapendo che la pandemia sta dimezzando anche la domanda. L’obiettivo è riprendere in mano la riforma del sistema per articolare meglio la risposta alle famiglie. «Abbiamo chiesto una ricognizione complessiva perché il sistema deve essere protetto» spiega il vicegovernatore con delega alla Salute Riccardi, prima di soffermarsi sui due obiettivi da raggiungere: «Garantire la solidità della struttura dal punto di vista patrimoniale e l’abbattimento della retta sulla domiciliarità a cui guardiamo con interesse».
I rincari
In questa situazione i rincari delle rette sono inevitabili a meno che i Comuni non decidano di sanare le perdite dei bilanci delle realtà pubbliche. Un esempio? Gemona ha coperto la perdita di 227 mila euro per mantenere invariate le rette. Anche l’Asp “Giovanni Chiabà” qualche problemino ce l’ha basti pensare che da 151, tanti sono i posti letto, gli ospiti sono scesi a 110. Restano ancora chiusi il centro diurno (15 posti) e i 20 posti del centro Alzheimer. La struttura è riuscita ad attutire il colpo grazie all’avanzo registrato nel 2019.
Si preannunciava preoccupante anche la situazione della casa di riposo di Mortegliano: la rotta è stata invertita grazie all’intervento della Regione. «Per quest’anno – spiega il sindaco Roberto Zuliani – siamo riusciti a mantenere invariate le rette, non ce la siamo sentita di fare diversamente». Quella di Mortegliano, in effetti, è stata una delle prime case di riposo a fronteggiare contagi e decessi di Covid. «Dovremo riuscire a coprire l’80 per cento dei costi – aggiunge il sindaco – anche perché contiamo di avere 84 ospiti e di coprire così buona parte dei 90 posti a disposizione. Non ce la siamo sentita di aumentare le rette». Anche all’Asp Moro di Codripo, al momento, sono occupati 100 dei 129 posti letto a disposizione.
Più o meno analago la situazione a Tolmezzo dove la direttrice Annalisa Foggionato, ha spiegato alle famiglie: «Il Cda per far fronte alle minori entrate e ai maggiori costi nonché consentire il raggiungimento del pareggio economico complessivo, ha dovuto aumentare le rette di degenza pari di due euro giornalieri». Ora la retta pagata dagli ospiti non autosufficienti dell’Azienda pubblica di servizi alla persona della Carnia, al netto dell’abbattimento regionale, oscilla tra 57,50 e 64 euro al giorno. Gli autosufficienti versano, invece, 48, 20 euro al giorno. Gli aumenti sono scattati anche nella casa di riposo di San Vito al Tagliamento (un euro al giorno per i residenti, due per tutti gli altri) e di Cividale pur mantenendo la disponibilità a fare un passo indietro. «Se gli accoglimenti degli ospiti (sospesi da novembre) potranno riprendere e – si legge sul sito dell’Asp della Città ducale – se la Regione assegnerà i contributi straordinari a copertura de i maggiori costi sostenuti per l’emergenza Covid, si provvederà a ripristinare le rette vigenti fino all’anno 2020 e all’eventuale rimborso dell’incremento applicato».
E poi c’è la partita dei centri diurni che al momento sono tutti chiusi. Anche in questo caso l’incertezza è massima: si teme il calo dell’utenza perché chi in questi mesi è riuscito a trovare un’alternativa difficilmente abbandonerà la strada nuova per la vecchia.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








