Dall'isolamento all'abbraccio con i familiari, il lento ritorno alla normalità delle case di riposo colpite dal Covid

UDINE. Sbiadite dal sole e dalla pioggia incessante di un giugno dispettoso, le lenzuola iridescenti che ci garantivano che sarebbe andato tutto bene resistono ancora appese a tante finestre, ringhiere, porte. Raccontare oggi che in fondo proprio tutto è andato bene, sarebbe profondamente irrispettoso nei confronti di chi - nell’emergenza pandemica di questi mesi - ha perso un genitore, un nonno, un amico, per colpa di quel maledetto virus. O nei confronti di chi, semplicemente, per settimane intere non ha potuto incontrare i propri cari, con l’assenza che inevitabilmente ha finito con l’ampliare ansie e paure.
L’incidenza è limitata, se la misura d’analisi è quella del numero di strutture interessate dai decessi: sono “solo” sei su un totale di 82 sparpagliate sul territorio delle due province. Se qualcosa non ha funzionato lo diranno le inchieste aperte dalle Procure di Pordenone e Udine: il dato di partenza, fatto filtrare dagli ambienti sanitari che hanno analizzato le statistiche dell’impatto del Covid-19 negli ospizi, è che la percentuale di mortalità nelle strutture nel primo anno dall’accoglienza è cresciuto dal 30 al 50 per cento nelle settimane cruciali dell’emergenza coronavirus.
Intanto, gli ospiti delle case di riposo friulane e i loro cari riassaporano a poco a poco sprazzi di normalità. La settimana che si è chiusa ieri ha portato la bella notizia delle riaperture alle visite alla Chiabà di San Giorgio di Nogaro e alla Brunetti di Paluzza, la struttura in assoluto più colpita in regione. Nei cluster residenziali dove si sono registrati decessi legati al coronavirus resta un solo contagiato, alla casa di riposo della fondazione Micoli Toscano di Castions di Zoppola, dove il numero dei morti è arrivato a quota 18.
Alla Rovere Bianchi di Mortegliano l’emergenza è stata fulminea, con i primi decessi già a metà marzo, quando l’ondata di contagi doveva ancora toccare il suo picco. Tra mille difficoltà, gli operatori della struttura morteglianese sono riusciti a debellare il virus completamente all’inizio di maggio, dopo sei settimane di difficoltà. Il peggio sembra essere passato anche a Paluzza, l’ultima delle strutture a piangere i morti (due periti il 6 giugno, che hanno portato il totale a venti).
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Il 12 giugno, dopo l’ennesimo giro di tamponi a cui sono stati sottoposti gli ospiti e il personale, la casa di riposo è stata dichiarata finalmente Covid-free. I 97 anziani accolti in struttura a partire dalle prossime ore potranno ricevere la visita dei propri familiari: incontri che potranno avvenire solo all’interno della palestra che sarà appositamente attrezzata.
Nel rispetto delle disposizioni regionali, tuttavia, l’accesso non sarà consentito negli spazi di residenza, nelle camere da letto o nelle sale collettive, ma unicamente in spazi esterni o in aree interne dedicate che presentino caratteristiche tali da poter consentire un’adeguata aerazione, il rispetto del distanziamento sociale e delle norme igieniche, compreso l’utilizzo di una visiera protettiva e della mascherina chirurgica per i contatti ravvicinati evitando prossimità con contatto fisico.
PER APPROFONDIRE:
Alla Chiabà di San Giorgio di Nogaro, invece, gli anziani hanno potuto “tornare” a messa, con la celebrazione liturgica officiata in giardino da don Nicola. Le visite, le messe, ma anche il lento ritorno alle attività di intrattenimento e socializzazione (pur nel rispetto delle norme di distanziamento fisico), dai laboratori agli aperitivi.
E, proprio nella struttura d’accoglienza della Bassa friulana, le ospiti sono state persino “coccolate” dalle parrucchiere che, sfoderati i caschi per la messa in piega, hanno rimesso in sesto le capigliature delle nonne accolte nella casa di riposo. Un modo per riagganciare il treno della normalità. Per dire che forse non tutto è andato bene, ma che da qui in avanti forse c’è qualche motivo per sorridere. E pensare positivo.
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