Fase 2, riflettiamo un attimo sui numeri: tre miliardi per salvare Alitalia, solo la metà per l’istruzione
UDINE. Dirigenti scolastici impegnati nella ricerca di spazi per avviare in sicurezza il prossimo anno scolastico, presidi che non hanno mai smesso di lavorare per garantire la continuità didattica ancorché a singhiozzo, insegnanti che vanno oltre le ore di lezione per mantenere la scuola nei binari di una serietà professionale e sociale, non meritano l’approssimazione con la quale è stato affrontato il tema della scuola fino a oggi.
Spot che passano qua e là, a seconda dell’esperto di turno che si affaccia e dice la sua: la scuola ricomincia, anzi no, le classi entreranno intervallate di un quarto d’ora l’una, poi gli ingressi saranno scaglionati fino alle dieci. Insomma si nuota nell’incertezza tra idee serie ma inapplicabili e altre più o meno folcloristiche. I docenti hanno spesso fatto i miracoli o quasi con la Dad - acronimo di didattica a distanza - nella gestione di bambini o ragazzi, ognuno con i suoi problemi di collegamento: prof non c’è connessione, non mi va la stampante, non si accende la telecamera, non funziona il microfono.
Il vuoto lasciato dalla scuola non sempre è colmabile dalle famiglie: per i più piccoli è stato richiesto il costante supporto dei genitori, i più grandicelli se la sono cavata con l’arte dell’arrangiarsi. Chat di classe, che dovrebbero essere di servizio, diventano luoghi pericolosi nei quali s’instaura un mondo parallelo. Non v’è dubbio che i motivi che ingabbiano la scuola siano più d’uno: sicurezza sanitaria, certo, esigenze organizzative, pure, richieste sindacali, anche.
La Commissione europea ha annunciato la sua proposta di “Recovery Plan”. L’Italia per farsi trovare pronta ha programmato la propria ripresa per utilizzare i fondi europei. Come? «Dobbiamo puntare su un grande investimento per il diritto allo studio e per l’innovazione dell’offerta formativa, affinché l’Italia sia tra i primi posti in Europa per giovani con titoli di studio universitario. Questi interventi vanno collegati a un grande piano di ricerca pubblico/privato sulle sfide del futuro: tecnologie digitali, transizione ecologica, medicina personalizzata, inclusione e benessere sociale, per rilanciare la competitività del nostro sistema economico-sociale e creare nuova impresa con start up e spin-off», ha spiegato nel manifesto pubblicato sul Corriere della sera il presidente del Consiglio Conte.
Riflettiamo allora su alcuni numeri. Il governo ha deciso di spendere 3 miliardi di euro per l’ennesimo salvataggio di Alitalia. In totale Alitalia è costata 12 miliardi e 615 milioni. Cioè 210 euro a testa per ogni italiano, neonati compresi. E la scuola? Nel Decreto Rilancio ci sono 860 milioni per la scuola. Si sommano agli 85 già spesi per portare personal computer e tablet agli studenti a basso reddito, agli altri 80 milioni per il Programma nazionale del primo ciclo: totale un miliardo e mezzo.
La metà di quanto è destinato alla compagnia di bandiera che dovrebbe esistere per la capacità di stare sul mercato, non per le continue iniezioni di denaro di tutti. Siamo più attenti a parlare del campionato di calcio - che calamita un business miliardario - che ad analizzare cosa sta accadendo e cosa accadrà alla scuola, già in precedenza considerata poco.
Pare che ai giovani mandiamo il messaggio sbagliato: andare al bar si può, talvolta anche un po’ appiccicati, all’università no. In Italia gli studenti sono otto milioni. Per l’Istat, un terzo delle famiglie non ha computer o tablet in casa. Vuol dire migliaia di studenti senza un’alternativa a carta e penna per studiare.
L’assunzione dei precari è diventata un terno al lotto, lasciando nell’incertezza i dirigenti scolastici che stanno cercando di attrezzarsi per il prossimo anno scolastico. Già la chiusura di quello in corso è complessa.
Viene annunciato l’ultimo giorno di scuola in presenza in classe per suggellare quel rito di passaggio che accomuna tutte le generazioni. Già bocciato.
Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la lettera di uno studente di San Giovanni al Natisone, Leonardo Mansutti, indirizzata alla ministra Azzolina: «Noi ragazzi siamo vittime di un sistema che non ci tiene in debita considerazione. Non ascolta le nostre esigenze, non pensa alle nostre aspirazioni e al nostro futuro. Tutto quello che scrivo è per farle comprendere che una scuola organizzata in questa maniera non è attrattiva per nessuno, specialmente non è quello che io avevo scelto per il mio futuro. La scuola della paura non è una scuola che desidero frequentare, non è quella che frequenterò. Continuando su questa strada lei sarà il primo ministro della storia repubblicana che potrà vantarsi di aver favorito l’abbandono scolastico».
Sappiamo che la riapertura delle aule a settembre e la ripresa dell’attività didattica in presenza «sono un’esigenza per gli studenti e per le loro famiglie. E un obiettivo condiviso da tutto il governo», parola della ministra Lucia Azzolina, la quale ha fatto sapere che in vista di settembre verranno fornite a tutte le scuole precise indicazioni operative, flessibili rispetto alle caratteristiche di ciascuna istituzione scolastica.
E da settembre tra le novità a spot saranno aboliti i voti nella scuola primaria. Andiamo avanti senza una riforma complessiva, zoppicando tra una buona scuola immaginaria e una scuola reale che poggia sull’impegno e sulla buona volontà di dirigenti e insegnanti che si spendono per mandarla avanti. Ma così, la scuola vivacchia, non vede un orizzonte, mentre invece c’è la necessità di un decisivo cambio di passo.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto










