Quando tutto finirà toccherà di nuovo a noi

Seconda puntata delle parole al tempo del Virus, nel racconto dello scrittore di Pordenone, autore fra gli altri di «Pane e ferro» (Biblioteca dell’immagine) da poco in libreria.

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Virus. Picco. Lavoro. Dopo la scorsa puntata, vi racconto altre 3 brevi Storie per narrare altre 3 importanti Parole…

VIRUS

Iniziamo dalla fine. Finirà? Ecco la domanda più ricorrente in questi giorni in cui ci sentiamo braccati dal Virus, la trovi nei social network, nei quotidiani, alle televisioni, è nelle case, permea l’aria. La risposta, ovviamente, è sempre la stessa: Certo che finirà! Ma non perché siamo ottimisti, bensì per Natura: è finita la Peste nera nel XIV secolo, anche se ci sono voluti nove anni, dal 1347 al 1356; è finita la Febbre spagnola nel Novecento, che di anni ne ha portati via tre, dal 1918 al 1921; per risalire a noi, sono state bloccate la Sars nel 2003 e l’Ebola nel 2014; quindi sì: finirà anche il Coronavirus.

Perché, è bene ripeterlo, in Natura tutto passa. A questo punto facciamo, per vederci più chiaro, un salto nella storia, quella del Pensiero. Proprio in questi giorni occorre, e andrebbe fissato per bene in testa, tornare al più grande pensatore occidentale dell’Ottocento, Arthur Schopenhauer, e alla frase su cui ha costruito la sua gigantesca opera: «Tutto nasce e tutto muore, a noi non resta che trascorrere al meglio l’intermezzo».

Il nemico, enorme, che abbiamo davanti, va combattuto oggi con la scienza e la medicina, si sa; ma poi, immediatamente dopo, sarà necessario tornare al Pensiero e alle Parole, quelle che ricostruiscono il mondo, perché ogni nostra azione, dalla più piccola scelta quotidiana alle più vaste scelte politiche internazionali, sono sempre figlie del Pensiero e delle Parole. In natura funziona così: prima si pensa, poi viene la voce, a seguire gli atti.

Quindi, come un mantra, ripetiamolo, dalle corsie d’ospedale fin alle stanze di casa nostra: finirà! Tuttavia un invito: prepariamoci già da oggi, come invita a fare Schopenhauer da duecento anni, a immaginare il “meglio” possibile per noi, per l’Italia. Saremo chiamati domani stesso a ricostruire buona parte della società, nel lavoro, nelle relazioni, nell’economia. E in gran fretta! E con sacrificio!

Tornando al Virus: la curva statistica pubblicata in questi giorni dal Governo italiano, prevede l’uscita dall’incubo attorno al 29 Aprile. Io, metto già le mani avanti, e anzi, mi prendo un appunto: non pensiamo subito a organizzare grandi feste, abbracci di popolo, concerti e stadi strapieni, viaggi per il mondo etc, perché non torneranno subito; iniziamo invece a immaginare quel “meglio”, a cui ci richiama il grande filosofo, e che sia un “meglio” differente: a misura umana. Sarà lì, la vera fine del Virus.

PICCO

La paura non serve a niente e a nessuno, come è ben poco utile il cieco ottimismo. Belli i canti dalle finestre, ottime le scritte dei bambini dai cancelli, ma è corretto ricordare che siamo la nazione passata dall’odio dei barconi all’amore dei balconi, in poche ore.

Qualcosa quindi non torna. Proviamo a capirci. Siamo ora nei giorni peggiori del contagio, dentro il “Picco” che incute paura; ricerche, dati e grafici del Governo hanno previsto, scientificamente, un andamento che si sta avverando. Dati molto duri, come tutti sappiamo.

Però c’è un “però”: come accennato nella parola precedente, quando i contagi si avvicineranno a 0, verso la fine di Aprile, ciò non significa che si potrà tornare alla normalità piena. Piacerebbe a noi tutti, ma non sarà così. Tornando alla Storia, l’unica maestra assieme alla scienza, si nota che dopo ogni epidemia diffusa nei continenti, il periodo di quarantena è durato mesi, a volte addirittura anni.

Certo, la scienza ha fatto passi da gigante, le misure stringenti dei governi funzionano, ma servirà tempo. Una seconda epidemia non sarebbe sopportabile per alcun sistema economico e sociale.

Vi immaginate a dicembre o gennaio prossimo richiudere le scuole, richiudere i negozi, richiudere molte industrie, e richiuderci in casa per una seconda quarantena? Allora scriviamo chiaramente, qui come altrove: la paura non serve a nulla, ma anche pubblicare frasi come “Appena finisce abbraccio tutti”; “Appena finisce gran festa”; “Appena finisce tutti allo stadio”; “Appena finisce si parte in viaggio”, è deleterio; Parole sbagliate, prima ancora che irrealizzabili. Teniamole nel cuore ancora per qualche tempo, non troppo certo, ma per alcuni mesi sarà necessario.

Non diffondiamo speranze dannose. È certo che si ripartirà da inizio maggio. Ma con gran calma, con piccole e misurate iniziative. Prendiamoci tempo. Come dopo ogni “Picco” di febbre, si riprende con qualche passo lento, mica si va a correre.

LAVORO

A proposito di tempo. Torniamo un attimo alla Storia, in questo caso friulana. Al tempo del terremoto del Friuli, che come ben sappiamo si portò via mille dei nostri cari, e case, e scuole, e chiese, e fabbriche, e interi paesi, subito dopo, già nell’estate del 1976, padre David Maria Turoldo fece un appello, accorato: “Prima le fabbriche, poi le chiese”.

Sapeva meglio di tanti, Turoldo, che in Friuli, Dio e Lavoro spesso sono la stessa entità, intercambiabili, col secondo che è venuto prima del Primo. Domani, sconfitto il Coronavirus, avremo un sistema sociale, economico e finanziario da rifare. Oserei dire da ripensare.

Uno stanziamento pubblico di 30 miliardi di euro in Italia non si vedeva dal 1947, quando gli Stati Uniti, attraverso il Piano Marshall, rilasciarono per la nostra nazione enormi capitali. In questi giorni, per fronteggiare il Coronavirus, sono già stati varati dal Governo italiano investimenti pubblici già pari alla metà del maestoso piano statunitense, il quale, è bene ribadirlo, fu fondamentale per uscire dalla catastrofe della Seconda guerra mondiale, con l’Italia, e l’Europa tutta, ridotta a un mare di macerie.

Credo sia sufficiente tal veloce accenno alla Storia, per comprendere la gravità della situazione economica che dovremo affrontare, assieme, tutti! Un “moto di coraggio”, come sempre, sale a noi dal passato, attuale più che mai, figlio dei “Moti risorgimentali”, proprio quelli che fecero alla metà dell’Ottocento l’Italia, ed era del Mazzini: «Alleniamo i figli allo studio, alleniamo i nervi al maggior impegno futuro, nelle nostre case, nel proprio mestiere, così potremo far l’Italia».

E questa non è retorica, non è davvero il tempo di farne. Perché la fatica e il coraggio oggi richiesti a medici e infermieri, domani toccherà a noi. Non andrà tutto bene, a caso. Andrà tutto bene se rimetteremo in piedi anche il Lavoro, che è la schiena dell’Italia. —

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