Elezioni 2018, va in scena in Fvg la conta definitiva tra Salvini e Berlusconi - L'analisi

La nostra regione decisiva per gli equilibri nel centrodestra e per il destino del governo nazionale. Tante le paure del Partito democratico che si ritrova ad affrontare una sfida difficile. Il Movimento 5 stelle alla prova del nove dopo il successo delle politiche del 4 marzo
A partire da sinistra, in alto: Massimiliano Fedriga e Alessandro Fraleoni Morgera; In basso: Sergio Bolzonello e Sergio Cecotti
A partire da sinistra, in alto: Massimiliano Fedriga e Alessandro Fraleoni Morgera; In basso: Sergio Bolzonello e Sergio Cecotti

Sono arrivati tutti, ma proprio tutti. Il piccolo lembo del nord-est è stato preso in appalto per alcuni esperimenti di tatticismo politico. La formazione del Governo è ingarbugliata, così i partiti si aggrappano a ogni stormir di fronda per sondare gli umori. Domenica scorsa è toccato al Molise, oggi è la volta del Friuli Venezia Giulia.



Ogni ingrediente fa brodo nella pentola a pressione nazionale. La posta in gioco riguarda soprattutto gli equilibri all’interno del centrodestra. In Molise, Forza Italia ha ottenuto una manciata di voti in più della Lega, ora vuole replicare. Il ferro va lavorato ancora caldo, così Silvio Berlusconi è arrivato con un codazzo di parlamentari, scomodando persino Antonio Tajani che è la massima espressione italiana in Europa. La carovana ha battuto ogni luogo per una gara all’ultimo voto.




Una spaccatura profonda

Nel centrodestra nessuno mette in discussione la vittoria, così la guerra si combatte in casa, in chiave nazionale. Si fidano ciecamente del tesoro accumulato neanche due mesi fa, quando hanno conquistato quota 43 per cento che equivale a una ventina di punti percentuali in più degli avversari. Chi avverte che il voto amministrativo è tutt’altra cosa viene bollato come un gufo. I regolamenti dei conti sono all’interno della coalizione, tanto quelli con il Pd sono dati ormai per chiusi. Il leitmotiv è sprezzante: «Ci ha pensato Debora Serracchiani, che è scappata a Roma dopo il disastro».

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La sala stampa della sede del Pd, Roma, 4 marzo 2018. ANSA/ETTORE FERRARI

Berlusconi ha pensato soltanto al suo partito, creando più di qualche imbarazzo agli alleati, senza dire nulla di friulano, tant’è che si è visto poco assieme al candidato Massimiliano Fedriga. I suoi obiettivi sono stati essenzialmente due: avvelenare i pozzi a livello romano, in modo da rendere impraticabile il patto di governo tra Lega e M5S, e riaffermare la sua leadership. «Dite a tutti – ha raccomandato – che l’importante è avere Forza Italia davanti al Carroccio».

Il 25 aprile aveva creato grande attesa con l’annuncio di un messaggio storico di pacificazione, invece ha spaccato tutto. Si è servito del pensiero di uno sprovveduto elettore per affondare l’attacco al nemico numero uno: «C’è più di qualcuno che con il M5S si sente come gli ebrei con Hitler». Matteo Salvini non ha gradito: «Sono stufo di commentare insulti, meglio tacere invece di dire sciocchezze». Scaricarlo? Il voto di oggi chiarirà anche questo dilemma.

Crepe evidenti

All’appuntamento con il rinnovo di alcuni Comuni (Sacile, Spilimbergo, Zoppola, Fiume Veneto) il centrodestra va diviso. In regione, di unitario non c’è stato neanche il comizio conclusivo. Berlusconi e Salvini si sono visti solo in un bar di Trieste: un incontro di tre minuti per dichiararsi eterno amore.

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Il candidato Fedriga ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per dare una parvenza d’insieme, sfoderando un armamentario, grossolano ma efficace, di slogan sanguigni per demolire l’amministrazione incarnata da Debora Serracchiani. Ne sono uscite bordate contro la riforma sanitaria, contro le Uti, contro una gestione definita «folle» delle richieste d’asilo.

Una campagna di distruzione che ha lasciato in secondo piano la parte della ricostruzione: «Risorgeremo dalle macerie». Fedriga si è dedicato a mercati e sagre. Intanto ci ha messo la faccia sorridente (quella molto presente nei salotti televisivi), alla progettualità ci penserà dopo, cioè quando metterà in campo la squadra degli amministratori, che ruoterà attorno all’esperienza del forzista Riccardo Riccardi con il quale ha sancito un patto di fiducia. Ha preferito sfruttare la luna di miele della Lega con l’elettorato, forte del 25,8 per cento di voti messi in saccoccia il 4 marzo. Non si è mai visto un Carroccio così arrembante.

Pd aggrappato a un filo

Sull’altro versante, Sergio Bolzonello ha cercato di dare concretezza a una strategia di “discontinuità” da alcune scelte della giunta Serracchiani, operazione non semplice visto che lui è stato il suo vice. La candidatura, fortissimamente voluta, si è trasformata più in croce che in delizia. «Povero Sergio – lo consolano –, la persona giusta nel momento sbagliato».

Addio Debora, nel Pd è è il momento di Bolzonello

Da appassionato di calcio, sa che bisogna giocarsela anche sui campi pieni di fango: «È proprio lì che nascono le sorprese». La prima mossa è stata quella di anestetizzare il passato, ma la memoria (di solito breve) ha allungato i tempi. Sugli argomenti più scottanti ha imbastito alcune correzioni, per esempio su Uti e sanità. Ha puntato molto sull’economia, perché da buon commercialista i dati sono il suo pane: «Tutti in crescita, dal Pil all’export, dall’occupazione alle presenze turistiche». E ha difeso quei numeri a spada tratta: «Sarebbe controproducente per tutti presentare l’immagine di una regione allo sbando, in quanto non è veritiera». Ha pescato a piene mani dal passato di sindaco di Pordenone, valendosi dei risultati che già gli sono serviti cinque anni fa a raggranellare diecimila preferenze. Un record.

Le ragioni di un massacro


In realtà, Bolzonello è rimasto impigliato nella débâcle del centrosinistra. È da tre anni che il Pd prende sonore sberle. Ha perso tutto ciò che era in gioco: Trieste, Pordenone, addirittura Monfalcone che era l’inespugnabile roccaforte rossa. Ora resta da difendere Udine (che oggi va al voto) come ultima frontiera. Nel partito, cocciuti, non hanno mai voluto mettere in discussione nulla. Mai un confronto sulle cause del fallimento, solo misere giustificazioni: «Non siamo riusciti a spiegare le riforme».

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Giornalisti nella sala stampa della Lega in va Bellerio a Milano, 4 marzo 2018. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO


E più insistevano, più perdevano. Bolzonello ha cercato di smarcarsi dal partito, oscurando il simbolo e tenendo alla larga Serracchiani, ma al momento della composizione delle liste hanno prevalso vecchie logiche: quasi tutti gli uscenti sono stati ripresentati. Non ci sono segni di un tentativo di allargare la rosa dei nomi all’esterno del solito cerchio. D’altra parte, se non si coltiva non si raccoglie.

Ora non fa mistero di poter incrementare i consensi con il “voto disgiunto”. Spera di sfruttare così l’insofferenza di una parte di centrodestra per le manfrine orchestrate nella fase di ricerca del candidato. Sono stati bruciati nomi su nomi, anche importanti: da Renzo Tondo a Elio De Anna. «Io ero già in campo – attacca Bolzonello – mentre loro si scannavano in un balletto scandaloso davanti ai padroni romani. Hanno svenduto la dignità del Friuli Venezia Giulia».

Ma quanto potranno incidere quei malumori? In fin dei conti, la scelta finale di Fedriga ha riconciliato il centrodestra con il territorio. Per la verità, anche a casa sua alcuni candidati stanno invocando il “voto disgiunto”, scaricando lui per salvare loro stessi dallo smottamento del Pd. Un po’ tutti tengono famiglia. C’è addirittura la paura di arrivare terzi.

M5S alla prova del nove

La scelta del candidato dei Cinquestelle è stata tormentata. Non sono piaciuti i metodi. Alla fine, è stato lanciato Alessandro Fraleoni Morgera con il compito di difendere almeno quel quasi 25 per cento del 4 marzo, che è un buon risultato, ma inferiore alla media nazionale. Comunque secondo, una manciata di punti percentuali in più del Pd. In una competizione amministrativa conta però la corsa dei candidati. Questo non è mai stato un punto di forza del M5S. Intanto, sul voto inciderà la svolta del Movimento, la cui Traversata del deserto corrisponde all’apertura del dialogo per costruire alleanze.

Di Maio ha avviato la metamorfosi: non solo lotta, ma anche governo. Basta Vaffa! È così cominciata la costruzione di un progetto alternativo. Per farlo, occorrono però confronti serrati e compromessi, perché amministrare significa “sporcarsi le mani”. È indispensabile scegliere: con chi? La logica dei due forni (destra e sinistra) allontana il momento delle decisioni, che è pericoloso perché potrebbe provocare spaccature. La spregiudicatezza ondulatoria non potrà continuare a lungo: si apre e si chiude, si riapre e si richiude, in un moto permanente. Nei giorni scorsi è stato avviato il dialogo con il Pd, che implicherà passaggi tormentati, sia da una parte che dall’altra, in quanto pesano veleni, rancori e umiliazioni.

Regionali 2018, il sondaggio: Fedriga corre in volata, tra Bolzonello e Morgera si profila un testa a testa
San Giovanni al Natisone 06 novembre 2016 Referendum elettorale per l'unione del comune con quello di Manzano. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone


I sondaggi non sono rassicuranti. Il voto di oggi, pur rappresentando un piccolo campione statistico, sarà influenzato anche da questo percorso accidentato. Di Maio ha già messo le mani avanti: «Questo voto non ha nulla a che vedere con quello politico nazionale». Lo ha detto a Udine, poi non si è più fatto vedere per non metterci la faccia. È l’ammissione che il Movimento soffre quando non è trainato dalla grande macchina mediatica, pertanto non vuole compromettere le trattative. Il M5S non ha mai sfondato nei territori caratterizzati dai mille campanili.

La calata dei Visitor

In una logica di regolamento dei conti sono arrivati i big nazionali. È stata così rievocata la presenza dei Visitor, termine coniato non certo in senso positivo da Sergio Cecotti, oggi sfidante in qualità di autonomista della prima ora: «Arrivano qua da Roma, Milano e Arcore per trattare la nostra realtà come terra di conquista». Lui non è nuovo a provocazioni nei confronti dei «marziani della politica». Già nel 2003 parlò per la prima volta dei Visitor, in occasione del loro arrivo per incoronare Lady Alessandra Guerra come candidata del centrodestra, dopo il defenestramento di Renzo Tondo sostenuto dalla base territoriale. Non accettava che le scelte nascessero in un altro pianeta e che le decisioni venissero portate «con le astronavi cariche di alieni».
 

Per la storia: il centrodestra fu sconfitto da Riccardo Illy, ma oggi suona un’altra musica. La lista di Cecotti punta al recupero dei valori scritti nello Statuto: «Senza una visione di futuro, che nasca dalla nostra terra, resteremo sempre dei sotans (cioè dei sottomessi)». La squadra del Patto per l’Autonomia non è riuscita a scaldare più di tanto un elettorato ormai sintonizzato su altre frequenze. In fin dei conti, non siamo più terra di fasìn di bessôi. Siamo in un mondo aperto. Quando però si spegnerà la luce dei riflettori, destra, centro e sinistra dovranno trovare il bandolo della matassa di un’autonomia smarrita. Da molto tempo il Friuli Venezia Giulia cede spazi e risorse a uno Stato sempre più accentratore. Altri territori lottano per alzare l’asticella. Noi subiamo, in silenzio «par no disturbâ». Sarà il caso di decidere qui i nostri destini.

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