Tante le incognite del voto, un occhio a Roma e l’altro al Fvg - L'analisi

C’è lo sketch di un vecchio Carosello che si adatta bene alla peggiore campagna elettorale di sempre. È quello di Capitan Trinchetto, protagonista della pubblicità di un’acqua minerale. Il personaggio, un anziano marinaio, si caratterizzava per “spararle grosse”. Toccava a una voce fuori campo invitarlo a contenersi: «Cala, cala, Trinchetto». Inutile girarci attorno, la propaganda politica ha prodotto grossolanità di ogni genere, senza offrire emozioni attraverso un’idea credibile e coerente di futuro.
Lontani dalla realtà. Il conta-euro del debito pubblico è impazzito sotto il carico di promesse da Paese dei Balocchi. Gli analisti hanno registrato impegni di spesa stiracchiati con spregiudicatezza al di sopra dei 350-400 miliardi, al netto degli effetti moltiplicatori. Non c’è stato un abbozzo, né un racconto popolare, di un Paese in grado di riappropriarsi delle risorse migliori: la bellezza, che il mondo ci invidia; le energie creative, che macinano export; la propensione all’innovazione, che dà slancio alle aziende. Qualità che ci tengono a galla. Nonostante tutto. Eppure, nessun volo è stato capace di indicare la via di un rinascimento possibile nell’economia e nella società. Si è parlato di giovani pensando alle pensioni, senza sollecitare la loro ambizione di fare esperienze all’estero, per immergersi nel mondo, immaginando però obiettivi di rientro, perché dobbiamo costruire insieme un’Italia accogliente.
Sono state buttate lì provocazioni generiche sulle tasse, senza parlare né di lavoro, né di imprese, né di redistribuzione del reddito. Si è sparso a piene mani ulteriore incattivimento, che indebolisce quel soffio di umanità necessario alla politica. Hanno trovato spazio le paure, che stanno trasformando la società. Chiudendola.
PER SAPERNE DI PIU':
- Elezioni 2018, tutto quello che c'è da sapere sul voto
- Politica e informazione verso il voto: a Nordest i giornali battono la rete
- Diciottenni alla prova del voto: ecco cosa si aspettano dal nuovo anno
- Dalla legge firmata Rosato pochissimo potere agli elettori
- Elezioni 2018, addio ricambio nelle liste del Fvg: i giovani restano fuori e le donne candidate sono poche
La triste realtà del debito pubblico spazzerà via inesorabilmente ogni falsa illusione. Se non lo faremo da soli, ci penserà l’Unione europea (che per fortuna c’è) a schiarirci le idee: con 2.300 miliardi di euro, tendenti alla crescita, c’è poco da fare i gradassi. Alla fine, la propaganda si è incagliata su scenari d’incertezza influenzati dal rischio di ingovernabilità. Siamo in balìa di meccanismi che tecnicamente aggrovigliano ancora di più la matassa. L’Italia è un Paese strano: cambia spesso le regole del voto e lo fa sempre male. Sembra quasi che l’obiettivo da raggiungere non sia quello di vincere, ma semplicemente quello di non perdere per dare spago ai condizionamenti.
Le sfide ingarbugliate. Il centrodestra è alle prese con le contraddizioni alimentate dalla scelta di bullonare una coalizione numerica, di convenienza, attorno all’asse costruito da Berlusconi. Il suo carisma, non scalfitto né dagli anni né dai guai giudiziari, funziona come mastice. In realtà, l’alleanza corre pericolosamente lungo il filo sottile dello scontro di leadership tra Berlusconi e Salvini.
Il primo pensa a un premier per interposta persona (Tajani), in quanto è ineleggibile a causa di alcune condanne, il secondo punta su se stesso. Il condimento è una politica che oscilla tra l’euroscetticismo e l’antieuropeismo, a seconda di cosa segna il termometro della politica. Ma comanderà Forza Italia o la Lega? Dipenderà dai numeri. Chiediamoci se un patto elettorale così fragile resisterà dopo il voto, soprattutto se non dovesse uscire dalle urne una maggioranza chiara e autosufficiente. Il timore di ribaltamenti politici all’interno della coalizione è esorcizzato da frequenti iniziative anti-inciucio. Non si fidano, quindi si controllano a vista.
Le tensioni nel centrodestra aiuteranno a risollevare il Pd che da tempo è all’angolo a causa di una serie tremenda di batoste? La scissione a sinistra, con la decisione di Liberi e Uguali di una corsa in solitaria, ha indebolito ancora di più lo schieramento. Il Partito Democratico a fatica riesce a stemperare la voglia arrembante di rivincita di Renzi, il quale continua ad accentuare la personalizzazione della sfida. Così mette in difficoltà il centrosinistra, che ha da poco trovato un po’ di ossigeno grazie al governo Gentiloni.
Infine, nella competizione tripolare, il M5S si propone come reale movimento anti-sistema, duro e puro, lontano da ogni tentazione. Dopo l’allentamento della morsa di Grillo, il candidato premier Di Maio sta parlando di gestione del potere indicandone il percorso. Ha persino scardinato i tradizionali riti della politica inviando direttamente al Quirinale la lista dei ministri in pectore, una mossa che ha fatto arricciare il naso ai costituzionalisti. I grillini puntano a bruciare i tempi per esercitare una forte pressione sul Presidente della Repubblica.
Vogliono l’incarico di governo perché sanno che non possono permettersi un’opposizione a vita. Ma senza una strategia di alleanze non ce la faranno mai. Con chi? La direzione è ondivaga. Intanto stanno sbattendo il muso contro l’attività concreta nelle amministrazioni, che è palestra di competenza, nonché scuola di mediazione e arte del possibile. Per governare bisogna scegliere e fare, non semplicemente giudicare gli altri. Questa volta gli elettori hanno qualche elemento in più di valutazione, a partire dai problemi di immagine causati al M5S da Rimborsopoli, che ha aperto delle crepe sulla trasparenza.
Aggrappati a Mattarella. In queste condizioni si prevedono tempi lunghi per il Governo. Saranno estenuanti se non dovesse uscire dalle urne l’abbozzo di una maggioranza chiara. Tutto è nelle mani del Presidente Mattarella. Intanto le ipotesi si rincorrono, anche le più fantasiose, perché la precarietà è il pepe della politica italiana, che scatena però l’orticaria a livello europeo. Si parla già di intese più o meno larghe, prigioniere di veti incrociati.
Rimescolerebbero le carte che usciranno dalle urne. Ritornano formule da Prima Repubblica: esecutivo di scopo, maggioranza balneare, incarico esplorativo. Dispute tra concretezza e fantasia. Si sa che, nelle difficoltà, un Paese definito “di santi, poeti e navigatori” è in grado di trovare qualche soluzione tanto per campare. Lo può fare soprattutto grazie a navigatori capaci di galleggiare in un Parlamento dove si trova di tutto (per esempio, le cosiddette scorte dei responsabili), in attesa che maturi il vitalizio. Si tiene famiglia, ma governare è un’altra cosa.
Il centrosinistra si è scannato, ma alla fine ha già scelto Bolzonello, un candidato che ha il gioco del calcio nel sangue. Sa stringere i denti perché è abituato al pantano dei campi sportivi, dove fin da giovane le dava e le prendeva. Ha fortissimamente voluto lui la candidatura. Le resistenze si sono via via affievolite a seguito delle batoste incassate dal Pd, che ora è al minimo storico, forse più in giù: «Vuole correre? Si accomodi». Bolzonello punta a smarcarsi dal partito per ingaggiare una sfida tutta sua. Ma non è facile da spiegare la parola “discontinuità”, soprattutto da chi è stato il vice di Debora Serracchiani. Il tentativo è di anestetizzare il passato, sfruttando tempi di memoria corta.
Per cambiare passo dovrà impegnarsi più di altri a presentare un progetto credibile di Regione (con qualche autocritica). Sul versante politico ha in mano due buone carte: quella di un feeling importante con le liste civiche, sparse nei municipi, sufficientemente autonome dal Pd; e quella della ricucitura a sinistra. In questo caso, la legge elettorale gli dà un aiuto: ignorarsi ancora a lungo sarebbe un disastroso harakiri. Lo aiuta il “modello Lazio”, dove il candidato Zingaretti ha messo insieme le varie anime del centrosinistra. Intanto, Bolzonello tasta la tenuta del centrodestra, perché da ogni defaillance potrebbe ricavare qualcosa.
La novità è data dagli Autonomisti, che alle Politiche stanno facendo le prove tecniche. Quanto contano? Il voto regionale ha dinamiche diverse da quello nazionale, non sarà una presenza banale. L’autorevolezza di Cecotti creerà più di qualche fastidio, sia a destra che a manca. L’altra incognita è quella del M5S, il quale è alle prese con le Regionarie per rafforzare i legami con il territorio, dove la popolarità dei candidati è un valore aggiunto. Non a caso, in Friuli Venezia Giulia, terra di mille campanili, i grillini sono sotto alla media nazionale. Basterà gestire qualche centinaio di clic sui social per sanare debolezze strutturali?
Assisteremo ancora a tanti tatticismi. Oggi però si voti, magari fra imprecazioni e tormenti, ma si voti.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto









