Maltempo, ecco la mappa delle zone a rischio: dai monti al mare nessuno è al sicuro

In Friuli Venezia Giulia, come nel resto d’Italia, il rischio idrogeologico viene sottovalutato. Succede nella zona montana dalla Carnia al Canal del Ferro, in collina da Gemona alla zona del Collio, in pianura da Latisana a Lignano senza trascurare Pordenone. L’esperto: non si investe su conoscenza e prevenzione 

UDINE. Piove e Lignano va sott’acqua. Basta un temporale forte e gli allagamenti non mancano in mezzo Friuli. È successo l’altra notte e accadrà ancora. In Friuli Venezia Giulia, come nel resto d’Italia, il rischio idrogeologico viene sottovalutato. Succede nella zona montana dalla Carnia al Canal del Ferro, in collina da Gemona alla zona del Collio, in pianura da Latisana a Lignano senza trascurare Pordenone.

Tagliamento, casse di espansione addio: 38 milioni per la sicurezza
LATISANA 12 Novembre 2012 maltempo Copyright Petrussi press Turco

Sono questi i punti che il professore dell’università di Udine, Paolo Paronuzzi, docente di Geologia applicata, indica come esempi in una mappa che, nel corso di un’intervista, non può essere esaustiva. Proprio perché il rischio è reale, Paronuzzi non riesce ancora ad accettare la decisione assunta 4 anni fa dalla Regione di non finanziare più l’unico master di secondo livello “Avamiri” in Analisi valutazione e mitigazione del rischio idrogeologico attivato dall’ateneo friulano. «Mi fa specie – afferma Paronuzzi – che i politici sempre pronti a far propri i temi ambientali non riescano a tirar fuori 100/200 mila euro l’anno per finanziare un master invidiato in tutta Italia».

Venuta meno la formazione dei tecnici che, in questo momento, sarebbero tra i più richiesti in Italia, la situazione non cambia: qui come altrove scontiamo la costruzione senza limiti di villette e palazzine effettuata tra il 1965 e il 1980. «In quegli anni – spiega il docente – pioveva poco e nessuno si poneva il problema del rischio idrogeologico. Dal 1983 non è più così, lo conferma la serie di alluvioni che continuiamo a registrare anche in Friuli».

LA MAPPA DEL RISCHIO IDROGEOLOGICO IN FVG

Con il docente di Geologia applicata dell'università di Udine abbiamo provato a costruire la mappa dei punti più critici. In blu le zone dove il rischio idrogeologico è più alto

Un dato per tutti: nel 2009, il ministero dell’Ambiente indicava 137 comuni a rischio idrogeologico, 81 in provincia di Udine, 15 di Gorizia e 41 di Pordenone. Oggi la situazione non è molto diversa. Paronuzzi si sofferma solo su alcuni punti critici: «A rischio è sicuramente Tolmezzo, qui confluiscono le acque dalla Picotta, del But e del Tagliamento senza contare i problemi dei Rivoli bianchi. Guai se si rompe un argine». Il professore sa che in passato è già accaduto e che anche se nel capoluogo carnico non si registrano alluvioni da 30 anni, questo non significa che il rischio sia sparito.

«Tutta la Carnia è esposta a rischio idrogeologico», ripete il docente citando Forni di Sopra e Forni di Sotto dove la maggior parte degli interventi di messa in sicurezza degli affluenti del Tagliamento risalgono agli anni Sessanta. Sempre in Carnia c’è pure Ravascletto «con la grande frana di Salars». Stesso copione nel Canal del ferro, dove lo scienziato indica Chiusaforte, Tarvisio e Pontebba. In montagna c’è il rischio che si verifichi una situazione analoga a quella che provocò l’alluvione di Genova.

«Le piogge intense di due o tre ore mettono in crisi i bacini e tutta l’acqua può finire nel collettore principale che forma le piene e mette in crisi i versanti. Questa è la situazione nel bacino montano della Carnia. Non va meglio a Gemona, Montenars, Nimis e nella zona del Collio. Il comune di Forni di Sopra – insiste Paronuzzi – è attraversato da un bacino che in queste circostanze può provocare danni».

Se tutto questo accadrà sarà inutile ripetere le frasi di rito “non ho mai visto il fiume così grosso” «perché se è accaduto 300 anni fa nessuno può ricordarlo. E il fatto che nessuno lo ricordi non fa venir meno il rischio».

Tutti, invece, ricordano l’alluvione del 1966 a Latisana, e il progetto per la realizzazione delle casse di espansione rimasto sulla carta.

«Spesso si passa da zero a mille e le opere intermedie non si fanno. Non è il mega progetto a risolvere il problema geologico, ma la realizzazione di piccoli interventi dove servono», continua il professore soffermandosi sull’ultima moda che è quella del rinforzo degli argini. «Serve una visione d’insieme – puntualizza – legata alla conoscenza del territorio e dei processi. È un fatto culturale. Spesso si fanno opere dannose senza una visione d’insieme». Come Latisana pure Pordenone continua a scontare il rischio esondazioni.

Spostando l’attenzione su Lignano, Paronuzzi precisa che in quella zona, compresa la laguna di Grado, c’è anche il problema dell’erosione della costiera. Un fatto sicuramente imputabile ai cambiamenti climatici anche se troppo spesso lo si fa senza analizzare il fenomeno. Avendo a disposizione i dati storici degli ultimi mille anni perché non si costituisce un tavolo tecnico permanente con esperti veri?».

Il professore attende una risposta. Intanto si sofferma sulla cura del territorio per richiamare i cittadini alle loro responsabilità. «Non si può pensare di delegare la cura del territorio solo alla Protezione civile: ognuno di noi può fare qualcosa per mitigare il rischio idrogeologico». Gli amministratori, a esempio, dovrebbero stilare «una lista di 20 interventi prioritari in altrettante zone critiche». Un primo elenco Paronuzzi l’ha già compilato.

«È indispensabile promuovere la cultura del rischio idrogeologico, della conoscenza dei sistemi fluviali e della prevenzione. Bisogna lavorare nell’ordinario non nella catastrofe». Il professore cita l’esempio della Provincia di Bolzano che ogni anno accantona gli investimenti per mettere in sicurezza qualche punto critico.

«Facciamolo anche noi. Sostituiamo i contributi a pioggia con una visione d’insieme invitando i sindaci a promuovere, una volta all’anno, una giornata dedicata al rischio idrogeologico. Magari il 4 novembre».

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