Delitto di Palmanova, dimentichiamo la parola "donna" - L'opinione

Enrico Galiano, insegnante e scrittore pordenonese, sull'omicidio di Nadia Orlandi, 21 enne di Dignano uccisa dal fidanzato Francesco Mazzega. Lui, dopo averla strangolata, ha vagato tutta la notte prima di costituirsi alla polizia di Palmanova. Il femminicidio subentra nella vita quotidiana di tutti noi, ogni giorno, quando le parole diventano offese. Soprattutto quelle che restituiscono della donna l'immagine di un oggetto 
Dignano 2 Agosto 2017. Striscione per l' omicidio a Vidulis. © Foto Petrussi
Dignano 2 Agosto 2017. Striscione per l' omicidio a Vidulis. © Foto Petrussi

Vaga con il cadavere della fidanzata in auto, poi si costituisce

Non comincia con una macchina che gira tutta la notte con dentro un uomo e una donna morta ammazzata. Non comincia con le mani sul collo, con la violenza che sostituisce la parola, con i titoloni sui giornali e con la lingua italiana costretta dalla cronaca quotidiana a includere un neologismo odioso come femminicidio. Comincia molto, molto più lontano.

Comincia con i ragazzi di dodici anni che usano senza problemi la parola “cagna” per descrivere una coetanea. Comincia con sederi di ragazze ovunque, in tv, ad ogni ora, su ogni canale, da anni. Comincia con donne che se sono belle è un conto, se no per farsi notare devono come minimo trovare la cura per il cancro o partire per missioni spaziali. E comincia con ragazze belle che, se fanno strada, è solo perché sono belle o, peggio, perché “chissà a chi l’hanno data”. E, infine, comincia con una donna che subisce una qualche violenza e il primo commento è «Sì, ok, è sbagliato, ma lei chissà cosa ha fatto!».

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Lo so, sono un uomo, dire queste cose suona come minimo ambire al Nobel per la ruffianeria. E infatti comincia anche qui: col pensiero che se è un uomo che parla così, lo fa solo perché vuole fare il ruffiano. Dire queste cose che dovrebbero essere limpide, lapalissiane, ormai suona come il discorso furbetto del maschio che si mette dalla parte delle donne per cercare facili consensi, per l’applauso, per la gloria. Ci sogneremmo mai di dire a un commentatore che condanni al cento per cento un reato di pedofilia, che sotto sotto lo sta facendo per qualche secondo fine?

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Eppure con i femminicidi spesso è così. Abbiamo talmente inquinato la scena del crimine, che ormai non ti puoi più neanche mettere a difesa della vittima, non al cento per cento, devi comunque offrire un minimo di attenuanti all’assassino o al violentatore, «Eh in qualche modo lei deve averlo provocato!»: quante volte abbiamo sentito questa frase? Ma le avete viste le foto di lei? Riuscite a immaginare una ragazza più dolce? E si ripeteranno ancora queste cose, ancora e ancora, fino a quando ogni volta si andrà alla ricerca del mostro, del dito puntato, della punizione esemplare, come fosse un caso isolato, un raptus e basta, inspiegabile.

Come se il male fosse lì, tutto lì, solo lì, nella mano sul collo, nella violenza quando esplode. Il mostro è qui, e comincia molto prima di quella macchina che gira di notte per le strade del Friuli. Comincia con uomini che se vedono una donna vedono un oggetto. Comincia con noi che ci siamo dimenticati da troppo tempo che cosa vuol dire, davvero, la parola donna.

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