Marisol, disabile dalla nascita: "Basta parlare di eutanasia"

UDINE. Il suo libro preferito è “Il Gabbiano Jonathan Livingstone”. Nelle pagine scritte da Richard Bach la 47enne di Buja, Marisol Calligaro, rilegge la sua storia.
Fatta di voglia di vivere e di un costante anelito alla libertà. Quella che le è stata privata ancor prima che facesse sentire il suo primo vagito.
Affetta da tetraparesi spastica perinatale, Marisol è disabile dalla nascita, colpa di un trauma da parto che l’ha costretta sulla sedia a rotelle ma che nulla ha potuto sul suo pensiero vivace e generoso, pronto a imbizzarrirsi davanti al caso di Dj Fabo, il 40enne tetraplegico e cieco in seguito a un incidente d’auto, che ha posto fine ai suoi giorni in una clinica Svizzera.
«La mia vita non ha più senso» ha lasciato scritto nel suo testamento il Dj. Parole che non leggeremo mai scritte dalla friulana Calligaro: «Sono veramente stufa di sentir parlare di eutanasia – ha scritto la bujese sul suo profilo Facebook –. Tutte le testate giornalistiche parlano del suicidio assistito avvenuto in Svizzera, e voi siete i primi a intervistarmi per conoscere le battaglie quotidiane che combatto per vivere con dignità e rispetto. Voglio diventare famosa per la mia voglia di vivere e non me ne vergogno».
Detto, fatto. Risponde al telefono dopo pochi squilli Marisol. La voce è affaticata ma il pensiero corre. Come sempre. La domanda non è giunta al termine che lei sta già spiegando perché una legge sul fine vita in Italia non la vuole.
«Non è la disabilità che ti fa morire, ma il contesto in cui la vivi. Se vedi che la società ti respinge, che chi ti sta vicino cambia atteggiamento nei tuo confronti, che non sei più rispettato, considerato, amato allora preferisci chiudere gli occhi».
Dice poi di Fabo: «Si è lasciato prendere dallo sconforto perché ha visto la sua vita cambiata, posso capirlo, ma non condivido la pubblicità che è stata data a questa vicenda, il rischio è quello dell’emulazione. Per non parlare di una legge – afferma ancora Calligaro –: incentiverebbe solamente le persone a lasciarsi andare, a smettere di lottare».
Una china che lei ha percorso per tutta la vita in senso contrario. Battagliando contro le difficoltà. «Non assumo medicine ma non sono autonoma negli atti quotidiani. La carrozzina? Per me non è una prigione, tutto dipende da come cresci, da come ti sviluppi, dalla cultura di vita che hai».
Ad aiutarla ci sono oggi i suoi due fratelli, non più i genitori. «Se sono quel che sono lo devo a loro», dice ancora la 47enne. Scuole dell’obbligo a Buja, superiori a Udine, poi una vita divisa a curare – lei – i genitori, ad aiutare i fratelli, a combattere battaglie personali e politiche.
Oltre all’amore per la lettura e a quella per l’Udinese – «sono stata abbonata per ben 13 anni» racconta con fierezza bianconera – Marisol conosce il sacro fuoco della politica.
Milita nelle file dall’Udc ormai da qualche anno, «da quando – ricorda – incontrai per caso Fabrizio Anzolini con cui iniziò una collaborazione che mi ha portata a diventare la responsabile del dipartimento regionale politiche sociali e sanitarie con particolare attenzione alle tematiche della disabilità».
Progetti per il futuro? «Io continuo a muovermi come ho sempre fatto. Faccio tutto quello che voglio. Sono orgogliosa della donna che sono. La politica non la scarto. È una porta aperta. Anche se Paolo Urbani, il nuovo segretario del partito, non mi ha voluta nel direttivo, aspetto di capire perché». Segretario avvertito.
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