La mamma di Michele: “La lettera è vera, l’ho trovata nella tasca della giacca”

UDINE. «Michele Valentini, figlio di Grazia Zuriatti e Roberto Valentini, ha urlato, nella lettera, tutto il suo dolore».
Ecco, scrivetelo. Niente più anonimato. Di fronte a chi adombra il sospetto del “falso”, la mamma di Michele cede l’ultima difesa.
Dopodiché «se qualcuno vuole pensare che quello scritto proviene da E.T., da qualche giornalista di grido, dai Veda... faccia pure. A me non interessa».
La lettera Michele l’aveva lasciata a casa, infilata nella tasca di una giacca estiva insieme alla carta d’identità.
L’hanno cercata disperatamente, come chiunque avrebbe fatto.
Un’angosciante ricerca di uno scritto in grado di spiegare le ragioni di un gesto disperato. Alla fine la lettera è stata trovata. I “perché” forse no, non tutti.
Dubbi sulla sua autenticità? «Sinceramente dei dubbi non mi interessa nulla - risponde Grazia -. Ognuno può pensare quel che crede, anche che sia stata tradotta dal sanscrito.
Mio figlio scriveva molto bene, e nuotava anche molto bene, ma mi rendo conto che le sue capacità non possono essere dimostrate essendo lui ormai... partito».
Un’analisi, quella di Michele, che Grazia aveva già definito «lucida, cruda, vera» e che «sento di condividere».
Una lettera che dice tutto, dice quel che Michele voleva dire e che non ha necessità di essere difesa.
E’ solo per gridare, a chi dubita, che Michele è esistito, e non solo per i suoi genitori o per le persone che lo hanno conosciuto e amato, che Grazia, alla richiesta se desideri far cadere l’anonimato, risponde - dopo aver condiviso la scelta con il marito Roberto - che sì, possiamo scrivere chi era Michele. Sempre che basti un cognome per farlo.
Non si può raccontare una persona che non c’è più, e i genitori di Michele non lo vogliono fare.
La si può solo piangere, e rimpiangere per non averla conosciuta.
O si può depositare un fiore sulla sua tomba, nel cimitero di Tarcento, dove è stato sepolto.
Michele Valentini è vissuto, è stato un giovane pieno di sogni e di speranze, ed ora non c’è più.
Distrutto da un sistema che tritura quei sogni e quelle speranze e da un mondo «che è un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento e privo anche di prospettive».
Ora che di Michele è noto il cognome e il nome del paese in cui ha vissuto, ciò che non cambia è la determinazione dei genitori a rifiutare di diventare loro i protagonisti.
Lo scopo del rendere pubblica la lettera di Michele era chiaro: far conoscere il suo pensiero, il suo grido di disperazione che dà voce a quelle di migliaia di ragazzi che vivono lo stesso suo dramma.
«Detto di ciò - chiarisce Grazia -, questo non significa che accetteremo di esporci dal punto di vista mediatico». La partecipazione ai talk show della sofferenza alla famiglia Valentini non interessa.
«La lettera... Una copia ce l’hanno i Carabinieri, noi abbiamo l’originale. L’ha scritta Michele, ha scritto quel voleva dire e l’ha lasciata perché venisse trovata. Se l’avesse spedita sarebbe stato diverso? Non credo», considera Grazia.
Chi dubita dubiterà, chi sospetta continuerà a sospettare. Ma è vero, come rimarca la mamma di Michele «che ognuno è responsabile di quello che pensa e della qualità delle cose che pensa».
Per quel che riguarda i genitori di Michele, «sono sempre stata fiera delle capacità di mio figlio. Michele Valentini ha urlato! Se non è stato esaustivo, forse c’è da dubitare delle capacità di comprensione di chi legge».
«Parlo con fierezza delle capacità di mio figlio. Porterò, fin che posso, il dolore».
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