Dramma della solitudine, assurda morte senza un funerale

Udine: tra povertà e burocrazia da un mese Lidia Mezzogori, deceduta sola a 61 anni, aspetta la sepoltura. Il parroco: pago io, ma la Procura non rilascia il nulla osta
Udine 5 luglio 2016 riproduzione foto morta sant'osvaldo Copyright Petrussisi Foto Press / TURCO
Udine 5 luglio 2016 riproduzione foto morta sant'osvaldo Copyright Petrussisi Foto Press / TURCO

UDINE. Bersagliata dalla vita, Lidia Mezzogori è morta sola a 61 anni, in un appartamento di via Flambro, a Sant’Osvaldo. Il suo corpo è stato trovato dopo quattro, forse cinque giorni dal decesso solo perché un fattorino della pizza in arrivo diede l’allarme.

E chi pensava che la morte potesse chiudere una storia triste iniziata quando Lidia venne abbandonata dal marito con un figlio da crescere, si sbagliava. La sua salma giace da più di un mese nelle celle frigorifere: i parenti non hanno i mezzi per sostenere le spese del funerale.

Lo farà la parrocchia guidata da don Ezio Giaiotti, ma ora ad accanirsi nei confronti di Lidia non è più la vita, ma la burocrazia perché, nonostante i molti solleciti, la Procura non ha ancora rilasciato il nulla osta per la sepoltura.

Quella di Lidia è una storia di stenti, sofferenza e dolore che merita di chiudersi come quella di tutti noi. Don Giaiotti non lo dice apertamente, lo lascia intendere telefonando da giorni ai Servizi cimiteriali del Comune per verificare se dalla Procura è arrivato il nulla osta per la sepoltura.

Dall’altro capo la risposta è sempre la stessa: «Non ancora». Il motivo del ritardo sfugge ai più. «Il Comune - conferma il parroco - ha fatto il possibile per ottenere quella carta, ma non arriva. Forse i magistrati sono in ferie».

Intanto la salma di Lidia resta nelle celle frigorifere e chi come la volontaria del gruppo Caritas di Sant’Osvaldo, Maria Rosa Battello, assisteva Lidia quando era in vita, ricorda quel volto triste che mai avrebbe pensato di fare quella fine. Lidia era arrivata a Udine tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta. Era una donna sola, il figlio l’aveva lasciato a Comacchio.

«Viveva in stazione e venne aiutata da un poliziotto. Fu lui a indirizzarla verso un istituto gestito dalle suore», racconta Battello ricordando quello che le aveva confidato Lidia che, al contrario, non amava parlare del dolore che le aveva provocato l’abbandono del marito.

Quando le volontarie della Caritas entrarono in contatto con lei, Lidia viveva in un alloggio popolare in via Napoli. Due anni fa si spostò in via Flambro, in una casa più piccola e meno onerosa. «Era seguita dai servizi sociali del Comune, non aveva alcuna entrata, accudiva - sono sempre le parole di Battello - gli anziani e puliva la chiesa di San Paolo».

Di tanto in tanto riceveva la visita del figlio e per quel che poteva aiutava i poveri. Fu proprio quella bontà d’animo a tradirla qualche anno fa quando ospitò nella sua casa una coppia in cambio del pagamento di qualche bolletta. Nonostante l’assistente sociale l’avesse messa in guardia, Lidia scoprì la reale professione dei due quando lui, denunciato dalla convivente, venne condannato per sfruttamento della prostituzione.

Anche Lidia finì nei guai, venne denunciata per falsa testimonianza. «Noi sapevamo che non c’entrava nulla con questa faccenda, aveva accolto in casa sua la donna solo perché era una mamma con un bambino piccolo», aggiunge Battello ricordando Lidia due mesi prima della sua morte: era felice perché era stata assolta. Lidia aveva un cuore grande e anche per questo la parrocchia ora vuole darle una sepoltura.

«Avvertiti dalla polizia della scomparsa di Lidia, il figlio, i due fratelli e la sorella sono venuti a Udine, hanno firmato le carte e sono ripartiti.

Non hanno i soldi per alloggiare in albergo e pagare i funerali», conclude la volontaria auspicando che negli uffici di via Lovaria oggi il magistrato compili il nulla osta per scrivere, una volta per tutte, la parola fine di una storia di sofferenza che merita rispetto.

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