Popolare di Vicenza, funzionari locali sotto esame

L’indagine vuole accertare le responsabilità nelle operazioni proposte ai risparmiatori. Il sindacato: da tempo il sistema bancario impone ai dipendenti i prodotti da vendere

UDINE. L’apertura dell’inchiesta da parte della Procura di Udine sulla Banca Popolare di Vicenza fa tremare funzionari e direttori di filiale friulani. L’obiettivo degli inquirenti, come ha precisato il procuratore capo Antonio De Nicolo, è quello di verificare se le operazioni finanziarie alla base delle denunce di risparmiatori - in molti casi l’accensione di fidi per consentire l’acquisto di azioni - fossero imposte dalla direzione generale o frutto di una libertà d’azione locale.

Popolare di Vicenza, il pm: «Chi si sente truffato si faccia avanti»
Udine 16 Aprile 2012. Procura della Repubblica. Telefoto Copyright Petrussi Foto Press

Nel secondo caso il registro degli indagati potrebbe affollarsi di dipendenti friulani. E così ritornano in primo piano i commenti dei rappresentanti sindacali al momento dello scoppio del caso Bpvi. «Alla Popolare vicentina era prassi proporre la sottoscrizione di azioni accanto alla sottoscrizione del mutuo.

Ora - aveva sottolineato Piero Disnan, segretario dei bancari della Uil - viene da chiedere: dove stavano i controlli interni? L’audit dove era? E la Banca d’Italia? E i rappresentanti sindacali in quegli istituti?».

«Non so - aveva aggiunto Roberto De Marchi, segretario della Fiba Cisl - se tutti i dipendenti di sportello fossero davvero consapevoli di tutto, ma sono certo che i vertici aziendali sapevano benissimo ciò che stavano facendo. Non vorrei che a pagare il conto oggi fossero solo gli ultimi, mentre sarebbe necessaria una pulizia etnica dei soggetti che hanno fatto dell’esercitare pressioni un arte e che mi pare siano ancora al loro posto».

Pressioni che - a prescindere dal caso della Popolare di Vicenza - i sindacati denunciano da tempo. «Denunciamo l’esistenza di pressioni all’interno di tante banche dal lontano 2003 - ha rimarcato Mattia Grion, segretario dei bancari della Cgil -. È chiaro che ognuno poi risponde alla propria coscienza, ma è difficile resistere a un pressing quotidiano che inizia al mattino e finisce la sera.

Quella di non ascoltare le esigenze del cliente ma proporre prodotti preconfezionati a prescindere da chi ti trovi di fronte, è una prassi consolidata. Si indicano al dipendente i prodotti, gli si danno obiettivi da raggiungere e un tempo. Se l’impiegato raggiunge il risultato allora è bravo; in caso contrario è un incapace, è a rischio trasferimento, è uno “sfigato” indicato come tale nel corso di riunioni o convention».

E se pure si gioca a scaricabarile assegnando la responsabilità all’ultimo anello della catena, ovvero a colui che “ha mostrato la faccia” intrattenendo rapporti con la clientela, «vale la pena ricordare - ha sottolineato Grion - che dei 180 miliardi e spiccioli di sofferenze bancarie evidenziate oggi dal sistema, l’80 per cento non è stato vagliato dagli impiegati, ma approvato dai cda e delle direzioni generali. Almeno su questo - rimarca il sindacalista - la responsabilità dei vertici è abbastanza evidente».

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