Lo psicologo: sempre più famiglie chiedono aiuto

Sono sempre di più le famiglie che si rivolgono agli psicologi per cercare di curare le ferite prodotto dai fenomeni di bullismo, nella scuola come nella vita di tutti i giorni. E se questo trend in...
Udine 08 Aprile 2013 omicidio di via buttrio Copright Petrussi Foto Press /turco
Udine 08 Aprile 2013 omicidio di via buttrio Copright Petrussi Foto Press /turco

Sono sempre di più le famiglie che si rivolgono agli psicologi per cercare di curare le ferite prodotto dai fenomeni di bullismo, nella scuola come nella vita di tutti i giorni. E se questo trend in aumento, secondo Giandomenico Bagatin, psicologo, psicoterapeuta e attuale consigliere dell’ordine regionale degli psicologi, in parte è anche dovuto al fatto «che sino a qualche anno fa le persone erano molto restie a denunciare gli episodi di violenza», il problema è, essenzialmente, di carattere culturale.

«Sempre più spesso nelle scuole ci troviamo di fronte – ha spiegato – alla necessità di integrazione del diverso. Ed è proprio la paura, il timore di dover convivere e coabitare con chi non è come noi a far scattare la molla che porta alla violenza verbale o fisica». Già, la paura, come motore di comportamenti deviati. «La reazione di arrabbiatura o di violenza – ha continuato – è quella più semplice, per quanto primitiva, che scatta nella testa di chi agisce in una certa maniera. Se una persona si arrabbia, infatti, non sente la paura, la cancella dal proprio corpo. Ma lo fa soltanto per un breve periodo senza risolvere i propri problemi».

Sentimenti e sensazioni forti che, inoltre, nascono non di rado già in ambiente familiare. «A volte esistono episodi – ha proseguito – in cui già a casa un bambino riceve input sbagliati tramite i quali lo si spinge a dimostrare la propria forza e personalità nel mondo esterno. A questo, poi, si somma una mancanza di comunicazione, e di ascolto, delle esigenze e dei problemi manifestati dal figlio da parte dei genitori innescando un meccanismo che può esplodere in un conflitto esteriore con i coetanei. Il nocciolo della questione, secondo me, è proprio questo. Abbiamo bisogno, e la scuola ha cominciato da tempo processi di questo tipo, di una metodologia di educazione culturale che evidenzi in maniera forte come la violenza, di qualsiasi tipo sia, non possa essere parte della vita reale. Una battaglia contro ogni tipo di discriminazione che deve partire sin dalla tenere età».

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