L’allarme della Procura: «Questa immigrazione alimenta la delinquenza»

UDINE. «Nessuno nega il principio della solidarietà. Ma, in diritto, esiste anche l’istituto della legittima difesa e dello stato di necessità. E con questi numeri e questo flusso ininterrotto di clandestini, bisogna intervenire e cambiare politica. Altrimenti, chissà dove andremo a finire».
Per il procuratore facente funzioni di Udine, Raffaele Tito, il vaso è ormai colmo. Lo è già da tempo, per la verità, e lui lo va ripetendo da mesi. Da prima che l’emergenza profughi diventasse incontrollabile.
A metà anno sono i numeri a parlare. E a lui, pur dalla sua posizione di “comando”, non resta che commentarli con crescente preoccupazione.
«Da gennaio, i passeur arrestati sono già 58 – riferisce il procuratore –: tutti stranieri, tranne un italiano. E tutti rinchiusi nella casa circondariale di Udine, che con i suoi circa 250 posti non dispone certo di una capienza illimitata. Una volta presi, naturalmente, i giudici li lasciano dentro, convalidando gli arresti con custodie cautelari in carcere. Ma questo significa anche gettare sulle spalle della società il prezzo, non indifferente, del loro mantenimento».
Per non parlare delle ricadute in termini di economia. Sul punto Tito è categorico. «Ci troviamo di fronte a un’immigrazione che finanzia e alimenta il mondo della delinquenza – afferma –, delle organizzazioni criminali che traggono arricchimento dalla tratta di esseri umani e che, con i loro traffici, inquinano l’economia italiana e mondiale».
Durante la sua recente visita in regione, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, si era espressa in termini non meno allarmanti. «Non si può negare che il Friuli Venezia Giulia sia esposto alla sfida dell’immigrazione – aveva detto – e anche questo è un settore dove l’attenzione dev’essere alta, perché i flussi non sono spontanei e il percorso di queste persone è organizzato».
Il business che ruota attorno al fenomeno ha proporzioni gigantesche. Lo sa bene Renato Carlantoni, sindaco di Tarvisio, il Comune più esposto alle quotidiane ondate di gente in fuga dai Paesi in guerra. Un esempio su tanti: dal 2005 al 2011, il costo giornaliero per i minori è passato da 45 a 120 euro al giorno per ragazzino.
Per gli adulti, la spesa è stata calcolata invece in 35 euro cadauno. Il che, fissata dalle prefetture in 2 mila 200 persone la presenza media quotidiana in Fvg, equivale a 77 mila euro al giorno, 28 milioni 105 mila euro l’anno. E intanto, il sistema di accoglienza, dal Friuli all’Isontino, è quasi al collasso.
«Cosa succederà tra qualche mese e, per giunta, con l’estate nel mezzo? La soluzione al problema – incalza Tito – non può arrivare dall’attività repressiva al confine. La Procura e il processo penale possono togliere il male, ma non certo curarlo. Quello che serve – continua – è una politica in grado di regolamentare i flussi. E invece, l’impressione è che gli Stati preferiscano lavarsene le mani».
Nè si può pensare di fare come la Francia, con la chiusura delle frontiere a Ventimiglia.
I resoconti dal confine, intanto, assomigliano sempre più a dispacci di guerra. «Polizia, carabinieri e finanzieri svolgono un lavoro encomiabile – evidenzia Tito –. Ma anche questo loro impegno comporta una spesa folle per le casse del Paese».
Senza contare la beffa delle pattuglie miste: dopo la loro discesa in campo, da metà maggio, i rintracci hanno continuato ad avvenire solo e soltanto su suolo italiano.
Quasi che i colleghi austriaci attendano con gli occhi bendati il superamento del valico da parte degli immigrati, per poi riaprirli e collaborare al loro recupero. Operazione, peraltro, per nulla difficoltosa, trattandosi di frotte di disperati che non aspettano altro che di potersi consegnare nelle mani “amiche” delle autorità italiane.
«È mai possibile che in Austria non vengano mai presi clandestini?», si chiede Tito con malcelata esasperazione. «Eppure – osserva – è da lì che arrivano, trasportati lungo la rotta Balcanica».
Il tragitto seguito, ormai, non è più un mistero per nessuno e anche dei centri di smistamento si conosce la collocazione, in prevalenza in Ungheria. Eppure, la patata diventa bollente soltanto quando arriva nelle mani dell’Italia. O meglio, del suo “avamposto” friulano.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








