L’orgoglio dei sindaci del 1976: l’autonomia del Fvg ha funzionato

VENZONE. Dimenticare quel maledetto 1976 e gli anni che seguirono è impossibile, oltre che ingiusto. Lo capisci dagli occhi della gente devastata dalla tragedia dell’Orcolat e, in particolar modo, dallo sguardo di coloro che a queste latitudini sono passati alla storia come i “sindaci del terremoto”. Quelli a cui lo Stato si appoggiò per rialzare una terra che il sisma aveva piegato, ma che non riuscì a distruggere. Lo capisci chiedendo ai primi cittadini dell’epoca di riavvolgere i nastri della memoria sino a 39 primavere fa. Nei loro occhi vedi ancora, nitida, un’ombra di dolore atroce, che, però, in un lampo lascia il posto all’orgoglio per aver partecipato, da protagonisti, a un enorme piano di rinascita che il mondo avrebbe poi conosciuto come il “modello Friuli”.
«L’istantanea di quegli anni – ricorda Ivano Benvenuti, all’epoca sindaco di Gemona – è rappresentata dalla capacità di tanti amministratori locali, grazie anche a un’immediata risposta delle istituzioni regionali e nazionali, di rispondere alle esigenze della nostra gente». Un compito difficile, tosto. «Ci furono dibattiti, discussioni anche dure – continua Benvenuti – e spesso legate a divergenze politiche. Ma il grande risultato del Friuli fu quello che, alla fine e in brevissimo tempo, tutti noi trovammo quella sintesi e quell’unità d’intenti fondamentale per archiviare con successo il capitolo del terremoto».
Si coniò lo slogan “Il Friuli ringrazia e non dimentica” e proprio a Gemona nacque pure la Protezione civile italiana. «Pensate che le prime richieste d’aiuto – conclude l’ex sindaco – vennero inviate attraverso i radioamatori. L’Italia rispose con cuore, passione e un’incredibile solidarietà.
L’Italia delle persone semplici e quella delle istituzioni, dando vita a quella Protezione civile, nel cuore del sisma, che poi sarebbe diventata un punto di riferimento per tutto il Paese». Terre rase al suolo i cui abitanti, però, come spiega Franceschino Barazzutti, ex primo cittadino di Cavazzo Carnico, ritrovarono se stessi. «Dimostrammo lo spirito, la cultura, la storia e la capacità di rimboccarci le maniche – dice – tipico di noi friulani. Non siamo rimasti a piangere per quello che non c’era più, ma ci siamo rimessi immediatamente a lavorare per ricostruire tutto come, e meglio, di prima».
Elevando al massimo quel concetto, tutto locale, del “fasin di bessôi”. «In Irpina e all’Aquila non hanno ottenuto gli stessi risultati – sostiene Barazzutti – perché si è scelto di centralizzare la gestione del post terremoto. Il Friuli, invece, è la prova maestra che il decentramento funziona. Una scelta tecnica, perché permise ai singoli Comuni di decidere le priorità di intervento, ma anche fortemente democratica in una terra che ha dimostrato con i fatti di saper utilizzare bene i fondi ricevuti senza aspettare che fossero altri a intervenire». Con risultati concreti, in un breve lasso di tempo.
«Il punto di svolta – dice Italo Del Negro, ex sindaco di Trasaghis – è stato quando il Governo ha stanziato 3 mila miliardi di lire per le zone terremotate permettendoci, già nel 1978, di cominciare la costruzione delle prime nuove case. In quel momento la nostra gente ha capito, davvero, che tutti i paesi sarebbero rinati dalle loro ceneri». Con un preciso ordine d’importanza e di priorità. «Prima le fabbriche, dopo le case e infine le chiese – ricorda Del Negro – : fu il motto di quel periodo duro fatto proprio anche dai vertici della Curia. È stata dura, durissima, ma alla fine abbiamo completato un’opera che per me resta il punto più alto toccato negli ultimi 50 anni dall’Autonomia della nostra Regione».
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