L’Università della guerra rivive in un documentario

La Castrense fu istituita nel 1916 per gli allievi di Medicina che si trovavano sotto le armi. Confluirono nel paese quasi 1.200 studenti militari, 467 diventarono medici sul campo

SAN GIORGIO DI NOGARO. La prima Università moderna del Friuli è nata a San Giorgio di Nogaro durante la Grande Guerra con quell’unicum che è stata l’Università Castrense, oggetto anche dell’interesse di Rai Storia che le ha dedicato un documentario.

Ma che cos’è l’Università Castrense? Bisogna risalire ai primi mesi dell’entrata dell’Italia nel conflitto: per far fronte all’emergenza sanitaria, dovuta alla mancanza di personale medico sulla prima linea di una sfiancante e sanguinosa guerra “di trincea”, dopo una serie di sofferti passaggi, per decreto del Luogotenente del Re (9 gennaio 1916), furono istituiti a San Giorgio di Nogaro, importante centro ospedaliero della Terza Armata nelle immediate retrovie della zona di combattimento dell’Isonzo, i “Corsi di medicina e chirurgia” per gli studenti del 5° e 6° anno di medicina che si trovavano sotto le armi.

In pochissimo tempo il paese fu trasformato in un ospedale diffuso: il più grande ospedale di guerra in territorio italiano, con una punta massima di 3.500 posti letto in un paese di non più di 5 mila abitanti, nel quale fu presto incanalata la dolorosa sequenza dei moltissimi feriti delle prime battaglie dell’Isonzo. Data la drammatica carenza di personale medico e l’evidente difficoltà per gli studenti-militari di allontanarsi dalla zona di operazioni per compiere gli studi universitari, fu una Facoltà di medicina a essere “trasferita” in zona di guerra. La scelta fu motivata dalla necessità di formare in pochi mesi il maggior numero di ufficiali medici, necessari alle esigenze del conflitto, senza attendere la conclusione dei corsi regolari. Dal punto di vista politico si trattò di un atto molto forte compiuto dal Comando supremo e dal Ministero della guerra contro le resistenze del Ministero della Pubblica Istruzione, trincerato a difendere il principio della titolarità delle sedi universitarie istituzionali quali luoghi esclusivi per la formazione dei giovani medici.

In pochissimi giorni, accanto al municipio di San Giorgio di Nogaro, si costruirono baracche per le aule, il cinematografo locale diventò aula magna, presero forma le mense e i dormitori di una vera e propria Università di guerra. Ben 1.178 studenti-militari in due sessioni durate complessivamente meno di otto mesi, tra il 1916 e il 1917, furono inviati a San Giorgio di Nogaro e 467 diventarono medici sul campo, discutendo la tesi finale all’Università di Padova.

Laurea “di guerra” la chiamarono con spregio alcuni docenti universitari e i politici contrari all’iniziativa, ma quegli studenti avevano compiuto (sia pure a tappe forzate) un percorso scolastico eccezionale, fuori dai canoni classici: studiando sui libri, ascoltando lezioni dall’alba a notte fonda, e soprattutto lavorando negli ambulatori e nelle sale operatorie avendo anche a disposizione “arti mutilati e segmenti di cadavere”, necessari per lo studio di anatomia, in quantità – purtroppo immensa - inimmaginabile in nessun’altra facoltà italiana. “Pezzi” anatomici e casistiche di malati “preziosi” per lo studio e gli esperimenti furono in grado di provocare una vera e propria esplosione di conoscenza medica e chirurgica paragonabile a quella contenuta nei trent’anni successivi. Per dare completezza ai corsi di studio furono attivati anche i reparti di ginecologia e pediatria che poterono estendere le proprie cure alle donne e ai bambini dell’intero territorio.

Per quasi due anni la realtà di San Giorgio di Nogaro fu il cuore dell’intero sistema medico-ospedaliero della guerra, mentre la comunità fu letteralmente travolta da giovani, militari, medici, insegnanti, feriti e ammalati, la cui presenza finì col segnarne in profondità il vissuto e la percezione della stessa guerra, in modi molto distanti dall’enfasi retorica dell’ufficialità. Deus ex machina di questa straordinaria vicenda fu il professore universitario Giuseppe Tusini di Sarzana, ufficiale medico della Croce Rossa italiana, validamente sostenuto da Elena d’Orleáns d’Aosta, ispettrice generale delle infermiere volontarie della Cri, che nei momenti di pausa del suo continuo peregrinare sui fronti di guerra aveva scelto Villa Dora (complesso settecentesco, ora sede della locale biblioteca civica) quale abitazione e punto di appoggio organizzativo per la nascente organizzazione delle crocerossine.

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