La fabbrica fa troppo rumore e i residenti chiedono un milione

Presidente e consiglieri della Casini di Tavagnacco, che lavora ferro, finiscono davanti al giudice. Una decina di abitanti della zona si sono costituiti parte civile e ora pretendono un maxi-risarcimento

TAVAGNACCO. Un milione di euro. A tanto ammonta la richiesta di risarcimento avanzata dal comitato “Vivi Tavagnacco” nei confronti del presidente e dei consiglieri della ditta “R. Casini Srl”, azienda che esercita attività di lavorazione di materiali ferrosi nel comune di Tavagnacco a poche decine di metri dalle abitazioni.

Imputati

È approdata in tribunale la ultradecennale battaglia condotta dai residenti delle via Cadore e Dolomiti combattuta a colpi di raccolte di firme e di esposti nei confronti dell’azienda che opera nello stabilimento di Feletto.

A finire davanti al giudice Paolo Lauteri sono stati Roberto Casini, 72 anni presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda, Alessandro Casini 44 anni e Ivan Casini 47 anni entrambi consiglieri, tutti residenti a Udine, chiamati a rispondere dell’accusa di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone ai sensi dell’articolo 659 del codice penale. Li rappresentava il difensore di fiducia Francesco Longo.

A costituirsi parte civile nel procedimento a carico dei tre responsabili dell’azienda sono state una decina di persone rappresentate dall’avvocato Giuseppina Iaria, legale che ha seguito diversi casi di malasanità e di cronaca a livello nazionale, volto comparso più volte a “Chi l’ha visto”.

L’udienza si è celebrata ieri in tribunale. A rispondere alle domane del pubblico ministero Alessandra Cadalt è stato il tecnico dell’Arpa Valerio Cipriani che ha riferito sull’esito delle diverse misurazioni delle emissioni prodotte dallo stabilimento.

Dalle proteste alle denunce

Tutto è nato dalle lamentele di un gruppo di famiglie della zona che si sono riunite in un comitato. «Il rumore provocato dall’attività dell’azienda è tale che non solo ci è impossibile stare in giardino, ma siamo costretti a subire fortissime vibrazioni all’interno delle nostre case» testimonia Roberto Contessi, uno dei promotori della protesta.

La vicenda, in passato è anche approdata in consiglio comunale che, nel novembre del 2012 ha richiesto un’indagine fonometrica all’Arpa. La verifica effettuata all’interno di alcune abitazioni in via Cadore ha permesso di appurare che l’intensità del rumore percepita a finestre aperte era pari a 17 decibel, mentre a finestre chiuse 7 decibel a fronte di un limite massimo previsto di 5 decibel.

Le cause, stando a quanto indicato dall’Arpa, andrebbero imputate alle operazioni di movimentazione e taglio del materiale ferroso, una rumorosità di tipo fluttuante prodotta durante le fasi di selezione del materiale, ma anche dovuta al funzionamento dei motori diesel dei ragni gommati cingolati.

Già nel luglio del 2013 il Comune di Tavagnacco ordinava al legale rappresentante della ditta l’immediato abbattimento delle emissioni sonore inquinanti. Poi si è passati alle denunce dalle quali è partito il procedimento penale.

Il maxi-risarcimento

«Visti i disagi provocati e il deprezzamento degli immobili a causa dello stabilimento – spiega l’avvocato Giuseppina Iaria – ci siamo costituiti parte civile per chiedere la dichiarazione di responsabilità penale degli imputati e la condanna per i reati ascritti. Intendiamo anche chiedere la condanna al risarcimento di tutti i danni morali e materiali, nessuno escluso, patite dalle parti civili quantificabili in 100 mila euro per ciascuno di loro. I signori hanno subito danni seri in quanto nel corso dell’attività di indagine è emerso non solo il disturbo della quiete, ma anche la violazione delle soglie previste a tutela della salute. È emerso inoltre – aggiunge il legale– come dopo l’accertamento di tale violazione da parte dell’Arpa il Comune ha emesso ordinanze non rispettate e da ultimo un’ordinanza ha inibito l’attività nella zona più vicina ai cittadini».

Proprio in relazione a quell’ordinanza cui l’azienda si è appellata ottenendo una sospensiva, si attende il pronunciamento del Tar a marzo 2015.

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