Gemona, Serracchiani rassicura: l’ospedale non chiuderà

GEMONA. L’infermiera dall’inflessione croata che bacchetta la Governatrice dall’accento romano. In mezzo, la paura della gente di perdere il pronto soccorso. Sì, perché a mettere in difficoltà Debora Serracchiani (facendole alzare la voce anche con un «porca miseria») sono stati almeno due gemonesi: l’infermiera professionale Zaga Balog, italiana appunto di origini croate, e il romano di nascita Mirko Ricci. Quest’ultimo ha mandato su tutte le furie la Governatrice chiedendole se si sentisse friulana come lui, essendo entrambi nativi di Roma. «Non le permetto di mettere in dubbio l’amore e l’attaccamento che ho per questa terra», la risposta.
Ma “l’eroina” dell’incontro sulla riforma sanitaria organizzato all’Isis D’Aronco dal circolo locale del Pd è stata l’infermiera del pronto soccorso che corre in giro con le ambulanze. Non soltanto ha spiegato le difficoltà di un servizio dimezzato e rimasto con una sola ambulanza, ma ha pure contraddetto (tra gli applausi dei circa 400 presenti) il dirigente Marcolongo quando, sbagliando, ha confuso i numeri dei cosiddetti codici rossi, per dimostrare che la trasformazione del pronto soccorso è cosa necessaria.
Di questo hanno paura Gemona e i gemonesi. La città si sente scippare. E tutta la rabbia della sua gente è esplosa quando la Serracchiani, evidentemente sentendosi investita “dall’ambulanza” dell’infermiera, s’è dovuta difendere in prima persona sul reale numero di codici rossi. «Mi scuso personalmente sul numero detto male», ha replicato la presidente mentre molta gente, protestando, lasciava la sala anche con qualche «Vergognatevi!» che arrivava ormai dai corridoi. E, parlando guardando in faccia l’infermiera, ha replicato: «Ragioniamo su un disegno per raggiungere le persone nel minor tempo possibile e poi portarle nell’ospedale adeguato».
Debora Serracchiani due ore prima era uscita dall’ospedale dopo aver inaugurato l’ambulatorio della montagna e un macchinario («fermo lì da due anni», tuonava un medico fuori dell’ospedale) ed era passata in mezzo agli agenti della Digos e ai carabinieri del Nucleo informativo in borghese. Poi se n’era andata ad Amaro alla Stroili, giusto il tempo per non incrociare la quarantina di manifestanti in pettorina catarifrangente che, partiti dall’ospedale, in silenzio raggiungevano il D’Aronco per il dibattito: 150 metri sotto le prime gocce d’acqua e il vento che già sferzava.
Polizia e carabinieri sono rimasti a presidiare la scuola: forse non ce n’era bisogno.
Perché è vero che l’ospedale di Gemona non chiuderà. Anzi, come si dice, i suoi servizi saranno “implementati”. Tranne il pronto soccorso, però. E avanti a discutere su questo, con lo stato d’animo di chi ancora carica in macchina il parente ferito e lo porta all’ospedale. «Troverà la porta chiusa», è stato detto. Ma rassicurazioni sono arrivate dalla stessa Serracchiani e dall’assessore Sandra Telesca, accolte da un timido accenno di applausi e consapevoli che la platea colorata dai componenti i comitati e il gruppo Facebook “Io voglio l’ospedale a Gemona del Friuli!” avrebbe dato parecchio filo da torcere.
Poco è servito cominciare facendo spiegare alla Governatrice e all’assessore perché questa riforma sanitaria è necessaria e innovativa. «I dissenzienti non sono soltanto a Gemona – ha spiegato la Telesca –. Non si tratta di un cambiamento negativo: siamo troppo abituati ad andare in ospedale se si sta male. Non è meglio cercare professionalità, qualità e sicurezza? La gente si sposta per problemi acuti. Qui chiedete di avere tutto vicino a casa».
Prima che la presidente Serracchiani rispondesse direttamente sui numeri (codici rossi notturni, su cui si discute), l’assessore Telesca aveva così toccato il delicato tasto del pronto soccorso: «Sto notando un certo atteggiamento; che riorganizzare la sanità sia quasi un fatto riduttivo. Il problema serio è quello di dare un seguito dopo gli interventi del 118. Qui abbiamo lasciato una sola ambulanza perché l’altra non era utilizzata. Per quattro uscite di media giornaliere sono tante due ambulanze». Fine del discorso.
Numeri: ma sono quelli che hanno scaldato le mani a chi applaudiva quando il ping-pong andava avanti. Applausi anche per un pd storico come Vittorio Bertossi che però ha ammesso: «Ho votato Serracchiani perché ci credevo, perché pensavo riconoscesse un minimo di sconto a chi aveva già pagato. Le cose che hanno detto le sento da 35 anni, la Regione ha sempre tagliato, tolto. Sembra impossibile che per risolvere i problemi del Friuli Venezia Giulia bisogna tagliare Gemona. È casa nostra, non possiamo rinunciarci. Ma in politica queste cose si pagano. Il nostro ospedale è caduto con il terremoto, lo abbiamo ricostruito. Non possiamo credervi – ha chiuso rivolto alla presidente – per lo meno lasciateci qualcosa. Sul pronto soccorso i numeri li avete già». Applausi, appunto.
Tanti gli altri interventi, anche su punti specifici. L’incontro è comunque servito per sentirsi nuovamente dire (sono parole della Serracchiani) che «abbiamo deciso di iniziare il percorso delle riforme partendo dalla sanità perché il nostro sistema sanitario non sopportava più il peso delle nuove esigenze e andava riadattato ai rinnovati bisogni di cura e assitenza dei cittadini, investendo soprattutto sul territorio e sulla domiciliarità per affrontare le cronicità, in continuo aumento».
Il concetto è questo, piaccia o no. Gemona l’ha capito.
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