L’inchiesta Mose e la marea sul Friuli

Anche la nostra regione citata in una conversazione intercettata sul ruolo delle coop rosse negli appalti a Nord Est
L'installazione della prima paratoia del Mose nel canale di Lido-Treporti a Venezia, il 14 giugno 2013. ANSA / US CONSORZIO VENEZIA NUOVA ++NO SALES EDITORIAL USE ONLY++
L'installazione della prima paratoia del Mose nel canale di Lido-Treporti a Venezia, il 14 giugno 2013. ANSA / US CONSORZIO VENEZIA NUOVA ++NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

Alla fine la parola Friuli è apparsa ai margini dell’inchiesta del Mose. Come in un affresco, quelle dighe mobili che servono ad arginare le maree troppo alte sulla Serenissima non hanno fermato tutta l’acqua che viene da Venezia verso il Tagliamento. Franco Morbiolo, presidente del consiglio di amministrazione del Coveco, che riunisce le coop rosse legate al Consorzio Venezia Nuova, è stato intercettato dalla Guardia di Finanza mentre parlava nel suo ufficio con Gianpiero Marchese, all’epoca presidente di Rinascita. L’argomento? Le difficoltà che le coop avrebbero nel tempo registrato rispetto ai grandi appalti a Nord-est. Ed ecco la fatidica parola “Friuli”.

Così Morbiolo: «Commercialmente parlando in Friuli non conta più un c...», dice riferendosi al ruolo delle Ccc (Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna). «Chiama attraverso Roma e hanno gli uomini che fanno solo politica... noi invece abbiamo professionalità, sennò non terremmo più botta, tanto per essere chiari». Ma perché parlare del Friuli in quella conversazione? Perché quella considerazione su una Regione che non c’entra nulla col Mose? Un riflesso condizionato? Una parola in più? O una pista ancora poco battuta? Una strada che i magistrati veneziani magari stanno seguendo, senza ancora farlo sapere?

Ecco che la grande partita della Terza Corsia gestita dal commissario Renzo Tondo e dal suo braccio destro Riccardo Riccardi lambisce, pur ancora solo per una intercettazione non del tutto chiara, nomi e società della grande inchiesta veneziana. Forse senza mai incrociarne davvero i difetti. Staremo a vedere. Ma certo la necessità che oggi abbiamo è quella di garantire ai friulani che la massima trasparenza sia fatta.

Nomi, appalti, gare, interlocuzioni, aumenti di costi devono essere spiegati con estrema precisione e dovizia di dettagli. Anche perché proprio Morbiolo, presidente del cda Coveco, rappresenta uno dei vincitori di uno dei lotti della Terza Corsia, il primo, insieme proprio alla Mantovani (vedi Baita), finite al centro della bufera veneziana. In più, uno degli arrestati dell’inchiesta veneta, l’ingegner Giuseppe Fasiol di Veneto Strade, ombra di Silvano Vernizzi, sedeva nella commissione di valutazione dei lotti della grande opera di ampliamento dell’A4, grande partita politica ed economica del quinquennio Tondo. Detta così, può limitarsi a essere una coincidenza, comunque grave, comunque inquietante.

Ma proprio se fosse solo una brutta coincidenza, spetterebbe a chi ha gestito quel commissariamento – in primis Renzo Tondo e Riccardo Riccardi – rendere pubblici tutti i dettagli, le ragioni delle scelte, gli iter. Proprio per togliere ogni dubbio – e da friulani non vorremmo ce ne fossero – sull’operato dei personaggi che hanno gestito la grande partita infrastrutturale. Partendo da una domanda principale: c’entra qualcosa il Friuli nella guerra fra coop rosse emiliane e venete? Perché Morbiolo lo cita? Siamo estranei, o no, alla partita sull’aggiudicazione dei grandi appalti a Nord-est di lor signori?

Anche perché venerdì scorso Morbiolo e Marchese sono stati tolti dal carcere e mandati ai domiciliari, dopo una lunga udienza in cui si è discusso anche di un altro big del mondo autostradale del Nord-est, Lino Brentan, ex ad della Venezia-Padova – di cui Autovie era azionista - di area centrosinistra, già condannato per concussione e corruzione e ora ricomparso nelle carte del Mose. Per cui se Mosé aprì le acque e lasciò strada al popolo che fuggiva, il Mose potrebbe oggi aprire invece un’autostrada all’inchiesta nata sotto il Leone di San Marco.

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