Pordenone, Centazzo lascia la guida di Valcucine

Voleva la fusione con un grande gruppo e l’internazionalizzazione. «La linea non è passata e mi sono fatto da parte»

PORDENONE. «Diciamola così. Ho sempre fatto della leggerezza un valore. E così, vedendo che non riuscivo a fare quel che avrei voluto, ho spiccato il volo».

Gabriele Centazzo, raggiunto al telefono, lo spiega così. Eppure le dimissioni dell’imprenditore da presidente del consiglio di amministrazione di Valcucine, che risalgono allo scorso 11 maggio e che sono state tenute nel massimo riserbo per molti mesi, pesano eccome. Anche all’interno dell’azienda, visto che ieri è stata recapitata al direttore di Tpn Gigi Di Meo la lettera che Centazzo ha scritto ai dipendenti il 4 dicembre scorso.

«Pensando che alla mia età non posso rappresentare la sicurezza per il futuro dell’azienda – ha scritto il cofondatore e socio di Valcucine, che di anni ne ha 64 – e non avendo i soci condiviso la mia proposta di fusione con un grande gruppo già molto presente nei mercati mondiali, credo sia utile provare, senza condizionamenti, le capacità dei figli dei soci, esclusi i miei figli che non sono presenti in azienda. Invito tutte le maestranze a dare il proprio contributo affinché l’operazione vada in porto con successo. Quando una persona lascia nascono sempre voci cattive che cercano di criticare. Non ascoltate le voci ma guardatevi attorno e giudicate le persone per quello che hanno fatti e non per quello che dicono».

E prosegue: «Lascio un’azienda con un ottima liquidità finanziaria che permetterà di superare l’attuale crisi economica senza grandi traumi, ma soprattutto lascio un’azienda con una grande linea guida e una filosofia unica. Vi ricordo che tutto questo rappresenta il più grande capitale di Valcucine, è un sistema delicato che va alimentato con impegno, passione, volontà e tenacia se non si vuole che appassisca rapidamente».

Centazzo non manca, in chiusura, di regalare un pensiero quasi da “papà”: «Vi ringrazio tutti e mi scuso per quelle volte che sono stato molto duro con voi, di certo non era per motivi personali, ma, nel mio pensiero, ho sempre agito per il bene comune di Valcucine».

Un pensiero che anima l’imprenditore anche oggi – «se dovete scrivere non mettete in cattiva luce Valcucine» è la raccomandazione che ci fa - che comunque resta socio alla pari (assieme a Dino Cappellotti, Silvio Verardo e Franco Corbetta) dell’azienda.

«L’idea della fusione mi pareva quella giusta per dare all’azienda maggiori prospettive di internazionalizzazione in un mercato ormai mondiale. Questa linea non è passata, per cui ho trovato corretto farmi da parte».

Perché non è passata? «Probabilmente non sono stato bravo io a farla passare. Forse si teme che una fusione possa portare noi soci, per esempio nel caso di una ricapitalizzazione, in minoranza. Sono due visioni diverse: una che cerca di garantire lunga vita all’azienda, l’altra più finanziaria».

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