Calla, quel paese costretto a morire FOTO

Quindici abitanti in due borgate: finirà tutto tra pochi anni Non ci sono un bar, un negozio e il prete arriva ogni 15 giorni
Pulfero 6 Giugno 2013. Saluti da Calla. Copyright Petrussi Foto Press / Diego Petrussi
Pulfero 6 Giugno 2013. Saluti da Calla. Copyright Petrussi Foto Press / Diego Petrussi

CALLA. «Al massimo 8-10 anni, poi è finita...». Vive lassù, a circa 800 metri di altezza. A una ventina di chilometri da Cividale, in una borgata appiccicata alla montagna, un grumo di case immerse nel verde, nella solitudine, nel silenzio. In un altro modo. Vive a Calla, frazione di Pulfero, Giorgio Guion.

C’è nato. Ha trascorso l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza. Adesso ha 38 anni. Fa il pendolare. Lavora in un’azienda metalmeccanica a San Pietro al Natisone, è assessore alla Cultura al Comune di Pulfero e a Calla ha un’azienda dove alleva maiali e pecore. «Sì, al massimo 8-10 anni», ripete senza tradire né sofferenza, nè rassegnazione. È così, è andata così.

Indietro non si torna. Spallucce, un sospiro, un sorriso. No, indietro non si torna. A Calla come in mille altre borgate d’Italia che si sono viste erodere il futuro, che hanno regalato alla città i giovani, che hanno alzato bandiera bianca di fronte a un’economia che non può fare sconti alla montagna. Giorgio è il più giovane di Calla. Anzi, l’unico. Tutti gli altri sono attorno o anche oltre gli 80 anni. Immobili. Rassegnati.

Ma soprattutto consapevoli che il loro addio al mondo coinciderà con il sipario che nasconderà per sempre Calla, relegandola all’oblìo con il rischio che venga inghiottita e mangiata dal verde della montagna. «Sì – conferma – tra 8-10 anni qui non ci sarà più nessuno. Sarà la fine di Calla. Peccato...».

La sfida di Giorgio. C’ha provato, Giorgio, a resistere. Ha sfidato la diffidenza degli amici, il modernismo. Lo ha fatto perché quel posto lo ama davvero. È rimasto lassù dove i telefonini non prendono, internet è un miraggio e la Tv funziona soltanto se hai un buon decoder. Vecchi e rassegnati, non c’è null’altro.

Ma in quanti vivono nelle due borgate che compongono Calla? Il censimento estemporaneo è affidato a un breve interlocutorio tra due persone del posto («Nè nome, né cognome, mi raccomando», pretendono entrambi). «Siamo in 18 o 19», afferma il primo. «No, di meno», lo blocca l’altro. Che subito dopo aggiunge aiutandosi con le dita delle mani: «Due, quattro sei, otto, nove, dieci..., undici, dodici..., quattordici, quindici..., quindici. Siamo in 15, sì».

I quindici abitanti. In una delle due borgate, quella più fatiscente, abbandonata, con le case che già si confondono con il bosco, con una sola casetta rimessa a nuovo da una coppia di manzanesi che arrivano lassù nei fine settimana, vive soltanto una donna. Ha la finestra aperta, ascolta la radio. Non ha il campanello e si rifiuta di affacciarsi alla finestra. Quindici persone...

Calla negli anni Settanta contava 176 abitanti. La maggior parte erano bambini. C’era la scuola, sistemata sopra la latteria. C’era un negozio di alimentari che vendeva anche i giornali. C’era un bar. C’era il sacerdote che viveva nella sua canonica. C’erano vita, socialità, entusiasmo. Si facevano feste, si ballava. Capodanno risucchiava in piazza l’intero paese. C’era futuro.

Un paese fantasma. Oggi a Calla c’è nulla. Il sacerdote arriva due volte al mese per celebrare la messa. Non c’è un negozio, uno straccio di bar. Ogni tanto arriva un furgone di alimentari e di frutta e verdura. Stop. Calla ha tentato di resistere. Lo fa ancora grazie agli emigranti, ai turisti che hanno acquistato i fabbricati per ristrutturali. A Ferragosto c’è ancora la grigliata.

Quel giorno viene srotolato il maxi-striscione con la scritta “Principato di Calla”. È stato inventato anche lo “statuto dei vacanzieri”. «Ma anno dopo anno – affermano Vincenzo e Lea, che vivono a Pradamano e che trascorrono i fine settimana nel silenzio di Calla – arriva sempre meno gente. Chissà... »! Stanno consumando il pranzo. Fuori le oche starnazzano, infastidite dal fotografo.

Le oche di guardia. Sono loro le guardiane del paese. Il loro “urlare” aggressivo rompe il silenzio delle vallate. La loro proprietaria è una donna di Cividale che sale un paio di volte la settimana, così le bestiole sono accudite da una vecchietta del posto. Fanno compagnia alle case, conoscono quei pochi “viandanti” che transitano nelle viuzze.

Con gli abitanti non si arrabbiano. Conoscono molto bene anche Bello, il cane del più vecchio del paese, Livio Batistig, la memoria storica del luogo. Conosceva tutte le famiglie, una per una, tutte. Ora guarda il fondovalle, dove le montagne si confondono con la pianura e sorride. Sì, ha ancora voglia di sorridere, mentre Bello si accovaccia ai suoi piedi...

La rinuncia di Giorgio. Giorgio Guion non è sposato. Ha una compagna, Valentina, che qualche volta lo raggiunge a Calla. «Sono rimasto qui perché amo questi luoghi. Certo, è scomodo viverci, è difficile, ci vuole coraggio e tanto amore. Per fortuna non ho tempo libero, perché qui non c’è nulla per il tempo libero». A Calla c’è il tempo e basta. Ed è un tempo lento, la cui ripetitività cadenzata ha il ritmo della falce che un tempo garantiva la pulizia dei prati.

Guion lo sa, lo pensa da tempo. Gli dispiace ma sa che finirà così: «Quassù l’attività agricola è difficile se non impossibile. Ha costi superiori. Difficoltà maggiori. Il paese non vive più. Sopravvive. So che sarò costretto ad andarmene anche io, non ho scelta. Sarà difficile, ma non vedo alternative. Calla è anche un costo per l’amministrazione comunale. Il paese resiste finché qualcuno lo tiene pulito e ci vive dentro. Poi... Poi ancora pochi anni e tutto sarà finito».

Una morte annunciata. Calla costretta a morire. Nel frattempo i pochi vecchietti vagolano spaesati tra le viuzze. Non c’è neppure più voglia di una partita a briscola.

«Eppure – aggiunge Lea – il posto è magnifico, baciato dal sole tutto l’anno». Da lontano è una macchiolina incastonata nel verde delle montagne che mai come quest’anno si sono ubriacate di neve e di pioggia. Calla potrebbe sembrare una sorta di eremo dominato dal silenzio e dalla percezione che forse qualcuno ci vive e ci abita. Transitano pochissime auto, tutte dirette a Montefosca, il paesino più sù che adesso conta una quarantina di anime e che negli anni d’oro ospitava oltre 350 abitanti. Nessun negozio neppure a Montefosca.

Scommessa milanese. Eppure Nadia Cengig, emigrata a Milano, c’è tornata con marito e figlio, e ha scommesso sull’agriturimo “La Milanese”: frico, polenta, salame e, ovviamente, il risotto meneghino. È rimasta in vita anche la latteria turnaria con un unico socio. Si ferma un fuoristrada. Lo guida Maurizio Pitassi. Viveva a Montefosca da cui se n’è andato diversi anni fa. Come tutti.

Ci torna per affetto. Un saluto, un sorriso e via. Sull’altro lato, transita un uomo con un tronco sulle spalle. Non gradisce fornire generalità. «Sono vecchio, sono solo, ma sto bene qui. In questi giorni sto raccogliendo la legna per l’inverno, anche se le stufe sono ancora accese. Ne abbiamo spalata di neve, quest’anno! Vivo con una pensione sociale, non ho parenti. Talvolta vado a trovare qualche altro vecchietto come me».

Orgoglio da superstiti. Eppure giura che non se ne andrebbe da Calla. «Questo è il luogo dove vivo e dove morirò. Sto bene, mi accontento. Dai, mi dica lei dove dovrei andare. A Cividale? A Udine? In qualche casa di riposo? Io qui sto bene, mi accontento. Ho la Tv ma senza decoder e allora vedo poco o niente la Rai e quelle di Berlusconi. Ma non m’interessa più di tanto.

Vede, in questo borgo abita soltanto una donna. Ma è un po’ strana. Io ci passo spesso sotto casa sua per andare a raccogliere legna. Se la vedo in terrazza la saluto. Il suo cane mi conosce, ma mi abbaia sempre ugualmente... Ora vado... Dovrò stare attento alle zecche. Ce ne sono tante e una volta nessuno le conosceva. No, niente nome e cognome, mi raccomando... ».

L’agguato del bosco. Uno sguardo d’insieme: il verde, le case abbandonate, qualche raro camino fumigante. Dario, un omone che vive pure lui con la pensione sociale, indica la dissoluzione del borgo.

«Se non interviene qualcuno – afferma amareggiato - tra pochissimi anni il paese sparirà dentro il bosco. Il bosco se non lo curi avanza, s’insinua e si mangia tutto. Ma oggi nessuno ha soldi da spendere e allora andrà a finire... ». Andrà a finire come dice Guion: pochi anni ancora. Poi Calla sarà uno dei tanti monumenti di un Friuli che fu.

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