Il gran custode della Serenissima

Esce oggi nelle librerie, per i tipi di Gaspari, “Giulio Savorgnan, il gentiluomo del Rinascimento e le fortezze della Serenissima”, di Flavia Valerio e Alberto Vidon (111 pagine, 16,50 euro). Lo storico Alessandro Barbero firma la prefazione.
di ALESSANDRO BARBERO
Mi sono imbattuto per la prima volta in Giulio Savorgnan quando lavoravo al mio libro sulla battaglia di Lepanto. Anche se non era imbarcato sulle galere della Serenissima quel memorabile 7 ottobre del 1571, le sue tracce affioravano dappertutto: lui era stato mandato a difendere la Dalmazia contro i Turchi allo scoppio della guerra, lui aveva progettato le modernissime fortificazioni di Nicosia, lui aveva avvertito Marcantonio Bragadin che Famagosta non poteva essere difesa, suscitando nell’interlocutore sgradevoli presagi. E ogni volta che sentivo la sua voce restavo stupito dalla libertà e dalla mancanza di ipocrisia con cui si esprimeva.
Governatore a Zara, aveva voluto verificare di persona se la paga del soldato bastava «per tener vivo l’huomo», e aveva scoperto che non bastava, per cui il governo non doveva stupirsi se i volontari erano pochi («Chi sarà quel soldato che voglia venir d’Italia in Dalmazia sapendo di non haver il vivere à bastanza et non haver modo di comprarsi scarpe né altra cosa da coprirsi la vita, nè corda d’archibuggio, nè polvere, nè piombo?»). Approfondendo l’indagine, aveva scoperto che gli ufficiali si facevano pagare il pizzo dai soldati, e si era affrettato ad avvertire Venezia che se non si cambiava sistema, sarebbe andata a finire molto male. Ma il passo che mi colpì di più risaliva a quattro anni prima, quando il Savorgnan lavorava alle fortificazioni di Nicosia; di mala voglia, perché secondo lui la posizione della città non le avrebbe permesso di resistere a lungo, come infatti puntualmente avvenne; e tuttavia con assoluta professionalità, come sempre. L’intera periferia della città venne spianata per lasciare il posto ai bastioni, radendo al suolo case e chiese, spiantando giardini e frutteti.
Tutta quella distruzione, scrisse il Savorgnan in una lettera personale, era indispensabile («non si pò far de manco per raggion di guerra») e i cittadini l’accettavano con rassegnazione; eppure lo spettacolo era così deprimente da suscitare nell’ingegnere un sorprendente moto di ribellione contro l’arte di cui era maestro. «Et questo mio mestiero è molto furfante et crudele, empio et inhumano, et non è possibile menar la cosa più a longo», confidava il Savorgnan.
A quest’uomo fuor del comune, Flavia Valerio e Alberto Vidon dedicano ora una biografia al tempo stesso appassionata e rigorosa, com’era lui. La lunga vita del Savorgnan, dal 1510 al 1595, coincide con la maturità e l’autunno dell’Italia rinascimentale, e di quella Venezia di cui il nobile friulano era patrizio e fedele servitore.
E del gentiluomo italiano del Rinascimento il «signor Giulio» è un esemplare straordinariamente istruttivo e sfaccettato.
Appassionato di macchine, di calcoli matematici e disegni geometrici come Leonardo da Vinci, ma un Leonardo gentiluomo che non aveva bisogno di mendicare il favore di un principe: sarebbe facile commettere l’errore di vedere in lui un uomo moderno, in tutto simile a noi, seguendo l’illusione di Burckhardt. Ma basta inoltrarci nelle pagine del libro perché l’illusione si disperda: Savorgnan era un uomo del suo tempo, e al suo tempo gli uomini, e specialmente i patrizi, erano molto diversi da noi.
Essere un nobile del Cinquecento significava appartenere a un clan familiare che limitava da ogni parte la vita individuale. Il padre Girolamo, ricordano gli autori, ebbe ben 22 figli legittimi. I cinque maschi arrivati all’età adulta decidono di comune accordo che uno solo di loro, Marcantonio, si sposerà, ma ognuno dei suoi figli avrà il nome di uno dei fratelli rimasti celibi: l’interesse della famiglia richiede che il patrimonio sia trasmesso a uno solo, ma ognuno degli individui vuole «esser rifatto» perché il suo ricordo rimanga. Giulio era d’accordo e non riusciva a capire l’assurdità di tanti gentiluomini che pretendevano, gli sciocchi, di sposarsi solo perché s’erano innamorati («tutto il nostro Friuli per tante divisioni viene in povertà, perché se maritano quasi tutti per conto de innamoramenti»); lui invece avrebbe lasciato la sua parte ai nipoti ed era giusto così.
Ma essere un gentiluomo del XVI secolo significava anche un’abitudine alla violenza che oggi sarebbe impensabile in una persona di quel livello sociale. A vent’anni Giulio venne sospettato da molti a Venezia di aver fatto assassinare la sua amante, moglie d’un Venier e nipote di Marin Sanudo.
Più tardi, quando uno dei cinque fratelli, Ascanio, violerà il patto sposandosi, a più di sessant’anni, con una ventenne, sarà uno dei nipoti, i figli di Marcantonio, a uccidere lo zio, nel parlatorio d’un convento. Niente d’insolito: ci voleva ben altro per intaccare l’onore dei Savorgnan, e quanto all’anima, da una lettera di Giulio appare ben chiaro che per un uomo di quel rango difendere il proprio onore era l’unico dovere di un gentiluomo cristiano, per cui, una volta difeso l’onore, era salva anche l’anima.
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