«Quanto ci manca il profeta che fu vittima della politica»

Pasolini: parla Lino Capolicchio. Domani sarà al reading-concerto di Remo Anzovino. «Mi lesse i versi in cui sapeva già dello sbarco degli immigrati sulle nostre coste»

UDINE. Bastano due titoli, “Il giardino dei Finzi Contini” e “Metti una sera a cena”, e la mente corre immediatamente al loro inquieto e fascinoso interprete, il giovane Lino Capolicchio, attore fra i piú rappresentativi di quella irripetibile stagione dello sperimentalismo e della militanza del cinema italiano anni ’70.

Ora di quella stagione Lino Capolicchio riproporrà una voce unica e fuori dal coro, quella di Pasolini, in un recital domani alle 21 al teatro di Casarsa, a fianco del pianista e compositore Remo Anzovino, del cantante Mauro Ermanno Giovanardi, premio Tenco 2015, della prima viola della Scala Danilo Rossi e di Mauro Anzovino alle chitarre e alle percussioni. Insieme renderanno un “Omaggio a Pier Paolo Pasolini” con un suggestivo viaggio fra parole e musica - tra cui la prima esecuzione dal vivo di “L’Alba dei tram”, nuovo cd di Anzovino.

Anzovino per Pasolini

Un viaggio introdotto dalla testimonianza di Capolicchio, che ricorderà il suo primo incontro con Pasolini nel 1968, quando avevano in programma di fare un disco insieme, ma il produttore chiese di tagliare le poesie perché troppo lunghe.

«E Pasolini naturalmente non accettò – ricorda l’attore – ma di quel lungo pomeriggio trascorso a chiacchierare mi è rimasta impressa la profonda sensibilità del poeta, il suo sguardo indagatore che ti scavava dentro e ti rimandava un ritratto di te davvero puntuale».

E di lei che disse? «Che il mio viso, per lui molto bello, esprimeva una sorta di decadenza della grande borghesia del Novecento europeo».

A Casarsa Capolicchio, alternandosi con le composizioni di Anzovino, leggerà alcune poesie tratte da “Poesie in forma di rosa” e “Le ceneri di Gramsci”.

«Una in particolare mi preme segnalare, “Profezia”, in cui – spiega Capolicchio –, Pasolini descrive con precisione quasi fotografica la tragedia dei migranti dei nostri giorni e il drammatico impatto sul nostro mondo».

Crede anche lei dunque che Pasolini fosse a suo modo un profeta? «Non certo nel senso biblico, ma preveggente, sí. E ce ne accorgiamo oggi, quanto ci manca la sua capacità di analisi, la sua coscienza critica e il suo anticonformismo. Pasolini era una persona libera, non aveva paura di nulla e nessuno, perciò era inviso sia a destra sia a sinistra. Oggi c’è un conformismo spaventoso, nessuno osa piú alzare una voce. Lui aveva coraggio e questo coraggio glie l’hanno fatto pagare caro. Secondo me l’assassinio di Pasolini è un assassinio politico».

Una convinzione, oggi, non molto condivisa, vista la vita spericolata che Pasolini conduceva, inseguendo le sue ossessioni. «È vero, le sue frequentazioni erano pericolose, però ho la sensazione che nell’occasione della morte ci sia stato come una sorta di regía, in qualche modo perfetta: gli hanno teso un’imboscata. Non è pensabile che un ragazzino da solo abbia potuto fare quello che ha subito Pasolini. Le diverse versioni di Pelosi, del resto, stanno a dire che non proprio tutto è stato chiarito».

Pare di capire che per lei, come per tanti giovani della sua generazione, Pasolini sia stato molto importante. Oggi che lui non c’è piú per accostarsi alla sua opera e al suo pensiero, da dove dovrebbe cominciare un giovane?

«Dal cinema, anche se è stato un grande scrittore e un grande poeta, perché mi pare che nel cinema abbia trovato una sintesi perfetta tra una poetica dell’immagine e una poetica letteraria. Senza ovviamente dimenticare il Pasolini scrittore corsaro».

E l’incontro con Anzovino? «È avvenuto del tutto casualmente al festival cinematografico di Fondi, dedicato a Giuseppe De Sanctis; lí lessi, col suo accompagnamento, alcune poesie di Pasolini. La sua musica mi piacque molto. E così è nata l’idea di questo “omaggio”, per cui ha scritto dei pezzi molto belli e centrati: struggenti».

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